1 novembre 2008

 

TUTTI I SANTI

Anno A

 

Mt 5,1-12

È questo il primo dei cinque lunghi discorsi con i quali Matteo, nel suo vangelo articola l’insegnamento di Gesù.

 

1

ivdw.n de. tou.j o;clouj avne,bh eivj to. o;roj( kai. kaqi,santoj auvtou/ prosh/lqan auvtw/| oi` maqhtai. auvtou/\

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.

Menzionando “il monte”, con l’articolo determinativo ma senza precisi riferimenti topografici, l’evangelista non intende indicare una località geografica, bensì uno spazio teologico, dal ricco contenuto simbolico, come già si è visto per l’episodio delle tentazioni (4,8). Questo monte sul quale Gesù sale richiama il Sinai dove Dio stipulò con il popolo l’Alleanza attraverso Mosè (Es 19,20) e sarà “il monte” dove sarà possibile vedere Gesù risuscitato (28,16).

Salendo sul monte Gesù non si allontana dalle folle, ma le attira nell’ambito della sfera divina. L’azione di Gesù di sedersi allude all’intronizzazione ed autorità del Messia chiamato a sedersi alla destra di Dio (Mt 22,44).

Per la prima volta appaiono in Matteo i “discepoli”, termine col quale si indica la condizione di apprendimento al seguito di un maestro e qui non viene applicato solo ai primi quattro chiamati (Mt 4,18-22) ma esteso a tutti quelli che accoglieranno Gesù e il suo messaggio.

 

2

kai. avnoi,xaj to. sto,ma auvtou/ evdi,dasken auvtou.j le,gwn\

Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

Con questa ridondante espressione (lett. “e avendo aperto la bocca di lui”), Matteo allude alla risposta di Gesù al tentatore nel deserto: “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4) e alla sapienza divina: “Essa [la sapienza] l’innalzerà sopra i suoi compagni e gli farà aprir bocca in mezzo all’assemblea” (Sir 15,5; cfr. 51,25), identificando nella persona di Gesù la parola di Dio e la sua sapienza.

Le Beatitudini

L’evangelista presenta l’insegnamento di Gesù formulandolo in 8 beatitudini composte da 72 parole. I numeri sono significativi: 8 è la cifra della risurrezione (Mt 28,1), e 72 il numero delle nazioni straniere – pagane – (Lc 10,1).

L’intento dell’evangelista è evidente. Mentre la Legge era un’alleanza ritenuta “esclusiva” tra Dio e Israele (Dt 5,1) la cui osservanza avrebbe consentito lunga vita: “Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do perché viviate” (Dt 8,1), le beatitudini sono l’alleanza per tutta l’umanità e consentono di entrare nella vita definitiva. (Gesù rivelerà che anche la Legge antica era aperta alla vita definitiva).

Questa nuova alleanza viene formulata dall’evangelista sullo schema dell’antica. Infatti come il Decalogo si apre con l’affermazione dell’unicità di Dio (Io sono il Signore tuo Dio. Non avere altri dei di fronte a me – Dt 5,6-7), le beatitudini cominciano con la scelta del Padre quale unico Dio, espressa nella prima beatitudine dove la scelta volontaria per la povertà porta in sé il rifiuto della ricchezza (Mt 13,22).

Nella prima tavola del Decalogo sono enumerati tre comandamenti concernenti gli obblighi verso Dio (cfr. Dt 5,8-15) e nella seconda i sette doveri riguardanti il prossimo (cfr. Dt 5,16-21). L’evangelista sostituisce gli obblighi verso Dio con tre beatitudini nelle quali si presenta la positiva azione del Dio-con-noi (1,23) nei confronti dell’umanità. Poi in corrispondenza della seconda tavola del Decalogo l’evangelista presenta le situazioni e i bisogni della comunità.

Al termine del Decalogo Dio assicura che la fedeltà al suo patto sarà garanzia della sua protezione e conseguentemente di felicità da parte del popolo: “Badate di fare come il Signore vostro Dio vi ha comandato… perchè viviate e siate felici e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso” (Dt 5,32-33).

Ugualmente Matteo chiude le beatitudini con l’assicurazione che la fedeltà a Gesù e al suo messaggio sarà garanzia della protezione del Padre pure nella persecuzione: “Rallegratevi ed esultate…” (Mt 5,12).


3

Maka,rioi oi` ptwcoi. tw/| pneu,mati( o[ti auvtw/n evstin h` basilei,a tw/n ouvranw/nÅ

"Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.

Nella lingua greca l’aggettivo “beato” (= Maka,rioj) usato inizialmente per sottolineare la felice condizione degli dei, passò poi a designare lo stato degli uomini che nell’aldilà sarebbe stato simile a quello delle loro divinità.

Nella Bibbia il termine “beato” viene messo in relazione con tutto quel che si riteneva rendesse l’uomo felice: lunga vita, ricchezza, figli, ecc…

Non vengono proclamati beati quelli che la società ha reso poveri, ma i poveri per lo spirito, termine che indica una forza interiore dell’uomo che lo spinge a scegliere volontariamente una condizione di vita (povertà).

Gesù non si rivolge a un singolo ma ad una pluralità di individui (“i poveri”, “di essi”). La beatitudine non è un invito ad un’ascetica povertà individuale, ma comunitaria per trasformare radicalmente la società e permettere così l’avvento del Regno. Gesù invita i suoi discepoli a farsi volontariamente tutti poveri perché nessuno più sia povero.

Mentre l’invito viene rivolto a tutti gli uomini (“Beati i poveri”) il pronome (usato in posizione enfatica) è selettivo (“questi” “ essi”). L’uso del presente (“di essi è il Regno dei Cieli”) manifesta una realtà che è già in atto e non rimanda ad una promessa futura.

Per costoro il “Regno dei Cieli” diventa realtà nel momento in cui entrano nella condizione di poveri, e unicamente su costoro il Padre può esercitare la sua “regalità”: a chi si fa responsabile del benessere del proprio fratello, Gesù garantisce che il Padre stesso si farà carico della loro felicità (6,33; 25,34-40).

Con questa beatitudine Gesù non solo non idealizza la povertà, ma chiede ai suoi discepoli una scelta coraggiosa che consenta di eliminare le cause che la provocano. La decisione volontaria di entrare nella condizione di poveri, viene presentata dall’evangelista come beatitudine principale e condizione per l’esistenza di tutte le altre.

Le sette beatitudini che seguono non sono che la presentazione delle situazioni (5,4-6) e delle conseguenze (5,7-10) positive della scelta per la povertà e per la costruzione: avvento del Regno.

 

4

maka,rioi oi` penqou/ntej( o[ti auvtoi. paraklhqh,sontaiÅ

Beati quelli che sono nel pianto [oppressi],
perché (essi) saranno consolati.

Primi beneficiari di un atteggiamento che permette l’azione del Padre sull’umanità sono gli “oppressi”. Con questo termine venivano indicati quanti erano afflitti da un dolore così forte da dover essere espresso visibilmente attraverso lamenti e gesti quali il pianto, cospargersi di cenere e stracciarsi le vesti (Gen 37,34; Dt 34,8).

Attraverso la citazione del profeta Isaia 6,2 l’evangelista collega la beatitudine all’azione del Messia che verrà proprio “per consolare tutti gli afflitti” (Is 61,2). Nella promessa di liberazione annunciata da Isaia viene assicurata la fine della dominazione pagana e dell’ingiustizia praticata dai dirigenti del popolo, che schiacciano e sfruttano i più deboli.

Nella beatitudine viene omesso il riferimento storico-geografico presente nel profeta (“gli afflitti di Sion” Is 61,3), per svincolare la promessa di liberazione circoscritta a Israele, ed estenderla alle vittime di ogni oppressione politica-economica dell’umanità intera.

La “consolazione” indica un’azione che non si limita al conforto ma tende ad annullare le cause della sofferenza e ricreare le precedenti condizioni di benessere: “Consolate, consolate il mio popolo dice il vostro Dio… è finita la sua schiavitù” (Is 40,1.2; cfr. 27,7-9; Lv 26,40-43).

Gesù dichiara “beati gli oppressi (afflitti)” non perché “oppressi”, ma perché la loro oppressione terminerà, e li assicura che saranno oggetto di un’efficace azione liberatrice da parte di Dio, che annullerà la loro sofferenza sopprimendo la causa che la provocava (“perché questi saranno consolati”). Sarà questa liberazione che farà loro sperimentare uno stato di grande felicità (“beati”).

Affinché i positivi effetti sull’umanità del “Regno dei Cieli” diventino realtà, è necessaria la scelta da parte dei credenti della prima beatitudine.

Infatti la liberazione che Gesù promette agli oppressi rimane condizionata dalla rinuncia ad ogni forma di accaparramento dei beni da parte dei “poveri-beati” per l’eliminazione di ogni forma di oppressione economica nella società, condizione basilare perché cessi anche quella politica.

 

5

maka,rioi oi` praei/j( o[ti auvtoi. klhronomh,sousin th.n gh/nÅ

Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.

Nel contesto delle prime quattro beatitudini (vv. 3-6), l’evangelista assicura a quanti vivono situazioni negative l’eliminazione della causa di sofferenza e il trasferimento in una condizione completamente positiva. Così a quelli che decidono di vivere poveri, viene assicurato il Regno (v.3); a quanti sono oppressi, la fine dell’oppressione (v.4); agli affamati e assetati, la piena sazietà.

L’unica beatitudine a non aver una sua logica sarebbe la promessa di “terra” ai “miti”. Infatti l’abituale traduzione del termine greco (oi` praei/j) usato da Matteo con “miti”, rende difficile comprendere la contrapposizione positiva della seconda parte della beatitudine: “erediteranno la terra”.

La difficoltà di comprensione di una “terra”, promessa quale eredità ai “miti”, ha portato ad una lettura spiritualeggiante della beatitudine, dove la terra da ereditare si trasformava nell’aldilà, e la mitezza veniva interpretata come docile sottomissione alle autorità.

Per comprendere chi sono i miti ai quali è diretta la beatitudine, occorre esaminare la citazione del Salmo 37,11a contenuta nella beatitudine: “i miti, invece erediteranno terra” e che si rifà alla storia di Israele.

L’equa distribuzione della “terra promessa” (Bar 2,34) fra le dodici tribù di Israele (cfr. Nm 32; Gs 13-21) avrebbe dovuto realizzare il desiderio di Dio che nel suo popolo nessuno sarebbe stato bisognoso (Dt 8,8-10; 15,4).

Ma in realtà molti rimasero esclusi da questa divisione per l’avidità dei potenti, e i più forti si impadronirono della porzione di terra dei più deboli: “sono avidi di campi e li usurpano, di case, e se le prendono. Così opprimono l’uomo e la sua casa, il proprietario e la sua eredità” (Mi 2,2; Is 5,8; Sal 94,5; 1Re 21).

Nel Salmo 37 viene descritta la triste situazione di quanti sono stati spogliati di tutto e sono talmente schiacciati dalla violenza dei prepotenti da essere incapaci di far valere i propri diritti e di difendersi.

In questo contrasto tra l’ingordigia dei proprietari terrieri e l’impotenza dei diseredati, la “mitezza” di questi ultimi non si riferisce al loro carattere (umiltà/mansuetudine) ma alla loro penosa condizione sociale di umiliati/sottomessi.

A questi “miti” che spogliati di tutto vivono emarginati ed oppressi, il salmista promette che Dio restituirà “terra”, cioè il terreno che è stato loro espropriato.

Secondo la cultura dell’epoca per la quale “Colui che non può dire sua una terra, non è uomo”, la restituzione della terra restituisce al diseredato la dignità perduta consentendo un’indipendenza economica tale da poter definitivamente uscire dalla condizione di diseredati e vivere tranquilli: “godranno di grande pace” (Sal 37,11b).

La promessa di Gesù è concreta e immediata: grazie alla decisione dei “poveri/beati” di condividere generosamente tutto quello che hanno, i diseredati riceveranno in dono gratuito la “terra”, cioè ritroveranno la dignità perduta assicurando a quanti sono stati vittime dell’ingordigia dei potenti un benessere ed una dignità mai conosciuti, “beati” nei quali si potrà riconoscere il compimento delle promesse di Dio (Dt 28,11).

 

6

maka,rioi oi` peinw/ntej kai. diyw/ntej th.n dikaiosu,nhn( o[ti auvtoi. cortasqh,sontaiÅ

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.

In questa beatitudine l’uso dell’articolo determinativo rimanda a una “giustizia” già conosciuta dai destinatari delle beatitudini: sono le situazioni di sofferenza dell’umanità causate dall’ingiustizia ed espresse con le immagini degli oppressi e dei diseredati (vv. 4-5).

L’assicurazione del ripristino di una piena situazione di giustizia viene formulata attraverso la soddisfazione di necessità fisiologiche (fame e sete) indispensabili per il mantenimento in vita dell’uomo (Am 8,11).

Con l’immagine di fame e sete soddisfatte viene indicata la pienezza di vita alla quale sono chiamati i credenti nella realtà del “Regno di Dio” i cui effetti cominciano a manifestarsi con la scelta volontaria della povertà: “non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole né arsura di sorta” (Ap 7,16; cfr. Is 49,10).

La pratica della “giustizia”, intesa come soccorso concreto da parte di Dio verso le categorie più deboli si concretizza nel dare “il pane agli affamati” (“[Dio] rende giustizia agli oppressi: dà il pane agli affamati” - Sal 146,7), mentre l’ingiustizia responsabile dell’esistenza di oppressi e diseredati, si manifesta nell’avidità di chi affama gli uomini per il proprio tornaconto.

Per eliminare la radice di questa ingiustizia, Gesù chiede a tutta la comunità dei credenti di entrare nella categoria dei “poveri” (v.3) per permettere a Dio di esercitare, attraverso loro, la sua giustizia mediante la “consolazione degli oppressi” e il ristabilimento della piena dignità e libertà dei diseredati (4.5).

Matteo adopera il verbo saziare (cortasqh,sontai = chortasthḗsontai da corta,zw = chortázō = saziare) solo tre volte nel suo vangelo: in questa beatitudine e nei due episodi dei pani e dei pesci (14,20; 15,37).

Attraverso l’uso intenzionale del verbo “saziare” (anziché “nutrire”), l’evangelista non sottolinea soltanto che questi “affamati e assetati” verranno abbondantemente appagati da Dio, ma collegando la beatitudine con l’episodio della condivisione dei “cinque pani e due pesci” indica che solo nutrendo gli affamati si può saziare la propria fame e sete di giustizia.

Gesù assicura che l’appagamento della fame e sete della giustizia non rimane a livello di intenzione ma diventa operativo nella condivisione dei beni che annulla gli effetti dell’ingiustizia: “tutti mangiarono e furono saziati” (14,20; 15,37).

 

* * *

Dopo aver presentato i positivi effetti del “Regno dei Cieli” sull’umanità (vv. 4-6), l’evangelista elenca in tre beatitudini (vv. 7-9), gli aspetti visibili nella comunità della scelta della povertà e la conseguente risposta da parte di Dio.

 

7

maka,rioi oi` evleh,monej( o[ti auvtoi. evlehqh,sontaiÅ

Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.

Nella Bibbia la “misericordia” non viene intesa tanto come sentimento, ma come concreto soccorso con il quale viene aiutato chi si trova in difficoltà. Quasi sempre attribuita a Dio la misericordia è la caratteristica che lo rende riconoscibile ed esprime l’azione completa con la quale il Signore recupera il popolo infedele e lo aiuta a tornare entro i termini dell’Alleanza (Sof 3,17).

La scelta dell’aggettivo “misericordioso” indica che l’evangelista non si riferisce al carattere compassionevole della persona ma ad un’attività abituale e permanente che la rende riconoscibile come tale.

I “misericordiosi” sono coloro che avendo accolto la prima beatitudine sono sempre disponibili ad aiutare quanti sono in difficoltà, ad uscire dallo stato nel quale si trovano.

L’azione del misericordioso non è dall’alto verso il basso, non è l’azione del ricco che aiuta il povero (beneficenza) o del forte che soccorre il debole, ma di colui che “debole con i deboli” (1Cor 9,22) si fa solidale con chiunque si trova in difficoltà, e “piange con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15).

Il comportamento dei misericordiosi è reso possibile dall’accoglienza della prima beatitudine.

Solo quanti si fanno ultimi possono stare dalla parte degli ultimi e solo costoro, con la loro attività, consentono al Signore di mostrarsi pienamente Padre nella loro vita perché, in sintonia con il suo stesso amore, sono gli unici capaci di recepirlo.

 

8

maka,rioi oi` kaqaroi. th/| kardi,a|( o[ti auvtoi. to.n qeo.n o;yontaiÅ

Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.

Anche questa beatitudine dipende dalla prima: come la scelta della povertà scaturisce dall’interno dell’uomo per un atto di volontà (per lo “spirito”), ugualmente la “purezza” nasce dalla parte più intima della persona, dalla sua coscienza (dal “cuore”). Infatti con il termine cuore nella cultura ebraica si indica la parte interiore dell’uomo, sede del pensiero, della volontà (spesso tradotto con “mente”) Dt 29,3; 1Re 5,9.

La rinuncia dei “poveri-beati” ad ogni forma di ambizione li conduce a una trasparenza permanente di vita che si esprime nella sincerità del rapporto con gli altri (v.37). La fedeltà a questo comportamento dona loro la possibilità di una continua percezione della presenza divina.

Essendo il “Dio invisibile” (Col 1,15) l’oggetto della visione, Matteo non adopera un verbo che indica una “visione” materiale (ble,pw = blépō), ma il verbo (o;yontai = ópsontai da o`ra,w = horáō) che indica una “percezione” dell’intimo della persona, e che viene adoperato per le realtà provenienti dalla sfera divina, come la trasfigurazione (17,3) e la risurrezione (28,17).

Questa capacità di vedere non dipende dalla vista ma dalla fede scaturita dalla purezza interiore.

È la trasparenza di condotta nei confronti degli uomini quel che permette di percepire la presenza del “Dio-con-noi” (Mt 1,23).

Nel vangelo di Giovanni si trova chiaramente espresso l’esempio di una differenza tra due verbi in quella espressione di Gesù che se non viene ben tradotta rischia di apparire enigmatica: “Un poco e non mi vedrete = qewrei/te un poco ancora e mi percepirete (vedrete) = o;yesqe, me = ópsesthé me” (Gv 16,16).

L’evangelista adopera due distinti verbi che in italiano vengono sempre tradotti con “vedere”: il primo indica la vista fisica, con gli occhi; il secondo si usa per indicare la visione di qualcuno o qualcosa appartenente alla sfera divina. Quindi Gesù sta parlando della sua morte ormai imminente, quando smetteranno di vederLo fisicamente e della sua presenza da risorto, quando verrà percepito in maniera diversa.

Lo stesso verbo o`ra,w viene adoperato da Giovanni per la risurrezione di Lazzaro, la cui esperienza viene condizionata dalla fede della sorella: “se credi … vedrai” (Gv 11,40). La resurrezione di Lazzaro può essere “vista” solo da quanti avranno “creduto” perchè non è un avvenimento di natura fisica ma di realtà-verità teologica. Non riguarda la cronaca ma la fede.

La visione di Dio non è un premio riservato al futuro, ma una costante, quotidiana esperienza nel presente. In questa beatitudine l’evangelista allude al Salmo 24, l’unico passo della scrittura dove si trova l’espressione “puro di cuore”. Il salmo che veniva cantato entrando nel Tempio di Gerusalemme, enuncia gli atteggiamenti richiesti per l’ammissione alla presenza del Signore e condiziona la visione di Dio alla necessità del “cuore puro”.

Mentre il salmista elenca la purezza di cuore come uno dei tanti requisiti necessari per partecipare al culto dentro il tempio, per l’evangelista l’attitudine dei “puri di cuore” permette immediatamente la visione di Dio. Non più condizionata da tempi e spazi sacri, l’aspirazione dell’uomo di poter vedere Dio diventa quotidiana realtà nell’esistenza dei “puri di cuore”. Quello che nella cultura dell’epoca era esclusivo privilegio degli angeli viene esteso a tutti i credenti, non come premio riservato in un lontano futuro, ma come costante, quotidiana esperienza.

L’atteggiamento dei misericordiosi e dei puri di cuore viene riassunto e riformulato nella beatitudine seguente.

 

9

maka,rioi oi` eivrhnopoioi,( o[ti auvtoi. ui`oi. qeou/ klhqh,sontaiÅ

Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.

L’espressione “operatori di pace” lett. “costruttori di pace” (solo qui nel NT), significa “artefice di pace”, “pacificatore”.

Il termine ebraico “shalòm”, pace designa tutto quel che contribuisce a rendere felice l’esistenza della persona. L’impegno dei costruttori di pace risponde al progetto di Dio sull’umanità e manifesta la sua volontà verso tutti gli uomini (“Dio vi ha chiamati alla pace!” 1Cor 7,15b). L’attività che favorisce questa felicità è strettamente legata al concetto di giustizia, e nasce dall’opzione contro l’accumulo dei beni e il potere, espressa con l’accettazione della prima beatitudine.

L’impiego del termine “pacificatori” indica che la beatitudine non riguarda il carattere di quanti tendono ad evitare ogni situazione di conflitto (i “pacifici”), ma l’attività di quanti abitualmente lavorano per favorire situazioni di pace. I costruttori di pace per la felicità altrui sono disposti a perdere la propria pace. La loro attività non sarà indolore ma attirerà l’ostilità di quanti si vedono smascherati dal rifiuto che i costruttori di pace oppongono ad ogni forma di potere e di ricchezza (Sap 2,12-15). Per questo poi Gesù affermerà di non essere venuto a portare la pace ma la spada (Mt 10,34).

Il concetto di figlio di Dio ha due significati:

Figlio” nel mondo semitico è colui che mediante la propria condotta prolunga quella del padre (Sir 17,28; Gv 5,19).

Quanti si adoperano per la pace degli uomini somigliano al Padre perché collaborano al progetto di Dio sull’umanità, che consiste nel permettere ad ogni uomo di raggiungere una condizione di piena felicità: “Dio vi ha chiamati alla pace” (1Cor 7,16b).

Dio li può “chiamare/riconoscere” figli suoi in quanto come Lui trovano la propria gioia nel rendere felice l’uomo (Dt 30,9). Questi imitatori dell’azione del Padre vengono chiamati “figli di Dio” (titolo applicato al popolo di Israele, ai re e ai giusti – 2Sam 7,14; Sal 89,30), cioè viene ad essi assicurata la protezione di Dio (“se il giusto è il figlio di Dio, egli l’assisterà” Sap 2,18) nelle inevitabili sofferenze che l’attività a favore del bene degli uomini comporterà e che sarà oggetto dell’ultima beatitudine.

 

10

maka,rioi oi` dediwgme,noi e[neken dikaiosu,nhj( o[ti auvtw/n evstin h` basilei,a tw/n ouvranw/nÅ

Beati i perseguitati per [la] (lett. a causa di ) giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.

L’assenza dell’articolo davanti al termine giustizia non consente di collegare quest’ultima alla beatitudine degli “affamati ed assetati della giustizia” (Mt 5,6a) che riguarda una promessa futura che deve ancora realizzarsi (“saranno saziati” v.6).

L’impiego del presente (“di essi è il Regno dei Cieli” cfr. 5,3b) indica che questa “giustizia” è già visibile (“a causa”), ed è il motivo di una persecuzione già in atto.

Nel linguaggio biblico, con il termine “giustizia” s’intende la “fedeltà”, sia da parte di Dio verso gli uomini, che da parte di questi verso le leggi del Signore; come appare chiaramente in Matteo dove nella maggior parte delle volte che appare il vocabolo “dikaiosu,nhj, dikaiosu,nhn, dikaiosu,nh = giustizia” si tratta di fedeltà alla volontà di Dio.

Il verbo “perseguitare” viene adoperato nell’AT per la persecuzione causata dalla fedeltà del giusto ai voleri di Dio, e questo è il significato che si ritrova nel vangelo di Matteo e prevalentemente nel NT.

La “giustizia”, che scatena la persecuzione, è la fedeltà alle beatitudini e in particolare alla prima, la scelta della povertà, con la quale si accoglie Gesù e il suo messaggio e si permette al Regno di diventare realtà.

Mediante la ripetizione, in quest’ultima beatitudine, della stessa motivazione della beatitudine della povertà (“perché di essi è il Regno dei Cieli” v.3), Matteo sottolinea la stretta relazione esistente tra i “poveri per lo spirito” e i “perseguitati per la loro fedeltà”, dimostrando che si tratta di una sola categoria di persone: i “poveri-perseguitati” ai quali viene assicurata la protezione del Padre.

La persecuzione è la conseguenza inevitabile della scelta compiuta dai “poveri-beati”: mentre i potenti per mantenere la propria agiatezza sono capaci di togliere la vita all’uomo, i seguaci di Gesù, per assicurare il benessere dell’uomo, non esitano a mettere a rischio la propria esistenza: “vi mando come pecore in mezzo ai lupi” (10,16).

Collegando l’ultima beatitudine alla prima, l’evangelista invita i poveri per lo spirito a mantenersi fedeli alla scelta fatta, nonostante la persecuzione che l’opzione per la povertà può comportare.

Al gruppo dei “poveri-perseguitati”, Matteo assicura che, nonostante le apparenze, i persecutori non vinceranno mai, perché tra costoro e i perseguitati, Dio si pone dalla parte di questi ultimi (10,28). A costoro Dio non promette una consolante ricompensa futura, ma fa sperimentare la sua protezione nel presente (“beati”).

* * *

Con il cambio del soggetto dalla terza persona “beati i …”, alla seconda “beati voi …” l’evangelista chiude la serie delle beatitudini rivolte a tutti, discepoli e folla, e si rivolge unicamente ai suoi discepoli, che hanno già compiuto la scelta di seguirlo (4,18-22) e il cui ruolo viene da Gesù equiparato a quello dei profeti.

 

11

maka,rioi, evste o[tan ovneidi,swsin u`ma/j kai. diw,xwsin kai. ei;pwsin pa/n ponhro.n kaqV u`mw/n Îyeudo,menoiÐ e[neken evmou/Å

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Gesù anticipa il tema della persecuzione che verrà ampiamente trattato al momento di inviare i suoi discepoli in missione (cap. 10).

Per ora Gesù li avverte che l’adesione a Lui e al suo messaggio non solo non comporterà riconoscimenti da parte della istituzione religiosa e della società, ma persecuzione e calunnia.

 

12

cai,rete kai. avgallia/sqe( o[ti o` misqo.j u`mw/n polu.j evn toi/j ouvranoi/j\ ou[twj ga.r evdi,wxan tou.j profh,taj tou.j pro. u`mw/nÅ

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

Quando Gesù risuscitato incontra Maria di Magdala e l’altra Maria, la prima parola che rivolge loro è “rallegratevi” (28,9) la stessa espressa in questa beatitudine. Con questo richiamo l’evangelista vuole indicare che la ricompensa nei Cieli ora promessa è una vita, capace di superare la morte, che sarà visibile in Gesù risuscitato.

Per questo la capacità dei persecutori di far del male ai “poveri-perseguitati”, non sarà mai grande come quella del Padre che trasforma le situazioni di sofferenza in motivo di bene: “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio… se Dio è per noi chi sarà contro di noi?” (Rm 8,28.31; 1Pt 4,13-14).

La storia di Israele è costellata dal continuo rifiuto opposto ai profeti inviati da Dio (13,57; 23,34).

Ugualmente la fedeltà a Gesù e al suo messaggio verrà considerata eresia dalla istituzione religiosa, che scatenerà la persecuzione mortale: “io vi mando profeti… e voi li crocifiggete” (cfr. Mt 23,34).

Riflessioni…

Ai volti indistinti propone linee e tratti di riconoscimento: prospetta una vita a colori, un senso alle esistenze: beati, beati…

Non otto categorie precostituite, cristallizzate, ma otto possibili percorsi di senso per diventare autentiche persone che aspirano alla pienezza di vita.