18 maggio 2008

SANTISSIMA TRINITÀ

Anno A

Gv. 3,16-18

Giovanni 3,16-18


16

ou[twj ga.r hvga,phsen o` qeo.j to.n ko,smon( w[ste to.n ui`o.n to.n monogenh/ e;dwken( i[na pa/j o` pisteu,wn eivj auvto.n mh. avpo,lhtai avllV e;ch| zwh.n aivw,nionÅ

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.


     Nei versetti precedenti (vv. 14-15) si è spiegata la realtà del Messia partendo dall’uomo = l’Uomo levato in alto; ora si parte da Dio che prende l’iniziativa inserendo la propria azione nella storia.

     Dio offre all’umanità la pienezza di vita che è in Lui: così attraverso il Figlio unico, egli avrà altri figli, tramite l’identificazione con quello unico. Il Figlio li fa nascere mediante lo Spirito dando loro la capacità di diventare figli amando come lui ama.

     L’adesione (come voleva Nicodemo che attendeva il Messia dell’ordine) non va data al riformatore delle istituzioni ma al datore di vita.

     Per Gesù l’uomo non può ottenere pienezza di vita tramite l’osservanza della legge, ma attraverso la capacità di amare. Tale capacità, che lo Spirito dà, viene da Dio e completa l’essere umano.

     Tutto avviene attraverso Gesù, dono dell’amore di Dio all’umanità. Dio è amore che desidera manifestarsi e comunicarsi.

     Dio si manifesta nel figlio Gesù e attraverso Lui comunica il suo amore. L’adesione a Gesù fa sì che l’uomo realizzi pienamente la sua esistenza in una qualità di vita tale da superare la morte.

     Il Dio di Gesù non risuscita i morti (il Dio dei morti) ma comunica la sua stessa vita ai viventi (il Dio dei viventi).

    Nel cristianesimo primitivo era radicata la convinzione di essere già nella condizione di risorti (“e ci ha risuscitati con Lui e con Lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù” Ef. 2,6; Col. 2,12; 3,1)

    “Chi dice: prima si muore e poi si risorge, erra. Se non si risuscita prima, mentre si è ancora in vita, morendo, non si risuscita più” (Vangelo di Filippo 90).


17

ouv ga.r avpe,steilen o` qeo.j to.n ui`o.n eivj to.n ko,smon i[na kri,nh| to.n ko,smon( avllV i[na swqh/| o` ko,smoj diV auvtou/Å

Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

     Gesù prende le distanze dall’attesa farisaica di un Messia venuto a giudicare gli uomini e dividerli in giusti o peccatori, puri ed impuri in base alle loro azioni, per costituire un Israele, popolo di santi, chiamato a dominare l’umanità.

    Gesù definisce se stesso il Figlio, unendo in questa unica espressione il Figlio dell’Uomo e il Figlio Unigenito di Dio.

     In Gesù si uniscono la radice umana e la provenienza divina, è l’uomo che rende presente la pienezza divina. La condizione divina porta al culmine la pienezza umana e la pienezza umana comporta la condizione divina.

     La realizzazione in Gesù del progetto di Dio sull’umanità non è per un giudizio, ma per un’azione di salvezza.

    Dal momento del battesimo, con la discesa dello Spirito, Gesù, il Figlio, l’uomo con la condizione divina, è la meta delle aspirazioni degli uomini. Tutti possono accedere a Lui e, grazie al battesimo in Spirito Santo, raggiungere la condizione divina perché questa non diminuisce l’uomo ma lo potenzia.

   Questa condizione non si raggiunge attraverso sforzi ascetici o sacrifici, ma attraverso la costante pratica di un amore che assomigli a quello di Dio, cioè fedele, gratuito ed incondizionato.

     La pratica di questo amore fa crescere l’uomo e gli fa raggiungere la pienezza della condizione umano-divina.



18

o` pisteu,wn eivj auvto.n ouv kri,netai\ o` de. mh. pisteu,wn h;dh ke,kritai( o[ti mh. pepi,steuken eivj to. o;noma tou/ monogenou/j ui`ou/ tou/ qeou/Å

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

     Dio, amore che desidera solo comunicarsi, non giudica. Il Figlio, manifestazione visibile di questo amore, nemmeno. È l’uomo che si giudica da solo rifiutando questo amore.

     Dio non si comporta come un giudice, ma come datore di vita. Il rifiuto di questa pienezza di vita è il giudizio che l’uomo da se stesso emette.

     Chi sceglie la vita, che Dio offre in Gesù, avrà pienezza di vita. Chi rifiuta la vita ha fatto la propria scelta di morte. Pertanto per Gesù, chi crede, chi gli ha dato adesione, non va incontro a nessun tipo di giudizio, ma è già nella vita definitiva.

     Questa dimensione non ci è stata rivelata tramite una legge (consegna delle tavole…), ma ci è stata data attraverso il Figlio (“un figlio ci è stato donato” Rom. 8,32). Non c’è stato l’invio di una legge scritta, ma la presenza nel Figlio che manifesta tutta la vita presente nel Padre che così si fa conoscere nella sua vita intima di perfettissima comunione e relazione: Padre e Figlio e Spirito Santo.