7 giugno 2009


Santissima Trinità

Anno B

1 Lett.
Dt 4,32-34.39-40

2 Lett.
Rm 8,14-17

Mt 28,16-20

 

16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

18 Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.

19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,

20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

 

Negli ultimi cinque versetti del suo Vangelo, Matteo riassume e concentra tutta la sua opera collegando l’attività finale di Gesù con il suo inizio, le Beatitudini con la Risurrezione, la Tentazione con la Trasfigurazione.

 

16

Oi` de. e[ndeka maqhtai. evporeu,qhsan eivj th.n Galilai,an eivj to. o;roj ou- evta,xato auvtoi/j o` VIhsou/j(

Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato (ndr. ordinato)

I discepoli ora non sono più dodici ma undici. Il numero dodici che rappresentava il nuovo Israele, non viene più ricostituito da Gesù.

I discepoli sono undici perché è assente Giuda.

Gesù non aveva fissato ai discepoli nessun monte. Aveva detto loro di andare in Galilea, ma non aveva indicato un luogo preciso dove incontrarlo: “Allora Gesù disse loro: - Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno –” (Mt 28,10).

Come mai i discepoli, senza esitazione alcuna, si dirigono verso il monte?

Quella dell’Evangelista non vuole essere un’indicazione topografica ma teologica. Non indica un luogo ma una realtà.

Il monte “ è il luogo della terra più elevato e vicino al cielo, da sempre è ritenuto nelle culture antiche la dimora della divinità. Salire sul monte significa poter aver accesso alla divinità o avere la condizione divina (negli apocrifi il monte della Galilea viene chiamato “Luogo di Maturità e di Gioia, Sophia Jesu Christi 1).

Il vangelo di Matteo è l’unico che fa iniziare e terminare l’attività di Gesù su il monte (Mt 5,3; 28,16). Questa scena è anche l’ultimo dei riferimenti a Mosè, morto sul monte Nebo (Dt 34,1-5).

All’inizio dell’attività di Gesù: “il diavolo lo condusse sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria” (Mt 4,8-9).

Il tentatore aveva prospettato a Gesù la condizione divina (monte altissimo) intesa come dominio sul mondo. Gesù raggiungerà la sommità del monte altissimo, non dominando, ma donando la sua vita (Mt 17,1-9).

In Matteo, Gesù sale su il monte (con articolo determinativo [to. o;roj=tò óros]) tre volte:

 

Situando i discepoli su il monte, quale condizione per incontrarsi con Gesù, l’evangelista riassume le tre salite al monte di Gesù: il monte è il luogo di quelli che hanno scelto la beatitudine della povertà ( Mt 5,3), la generosa condivisione di quel che hanno e di quel che sono. Scelta che conferisce loro la stessa condizione divina di Gesù, il figlio di Dio.

Il monte è dove Gesù ha proclamato le beatitudini che in Matteo sono otto perché questa è la cifra della risurrezione di Gesù (Mt 28,1).

Come gli Undici si sono recati su il monte delle beatitudini, luogo dove Gesù ha proclamato il programma del Padre, quanti si situano su questo monte, accettando e praticando le beatitudini, faranno l’esperienza di Gesù risuscitato.

Gesù non promette ai discepoli un’esperienza futura, ma assicura una condizione presente: costoro vivono già nel regno di Dio.

 

17

kai. ivdo,ntej auvto.n proseku,nhsan( oi` de. evdi,stasanÅ

Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.

Gli Undici vedono Gesù. Il verbo adoperato dall’evangelista (ivdo,ntej da o`ra,w = horáō = vedo) è lo stesso usato nelle beatitudini: “Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio” (Mt 5,8), verbo che non indica il semplice vedere dal punto di vista fisico, ma una profonda percezione della realtà, e che è adoperato per le manifestazioni divine (Mt 17,3; 26,64; 28,10).

Vedere il Cristo risuscitato non dipende dalla vista, ma dalla fede. È questa che fa comprendere agli Undici che pur trovandosi di fronte al Gesù da essi conosciuto, in lui si manifesta la pienezza della condizione divina. I discepoli si prostrano, in un segno di adorazione riservato alla divinità, lo stesso compiuto a Betlemme dai Magi (maghi) (Mt 2,11) e richiesto a Gesù dal satana nel deserto: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai” (Mt 4,9).

La seduzione del tentatore consisteva nel proporre a Gesù la condizione divina attraverso l’uso del potere. Gesù ha raggiunto la pienezza della condizione divina attraverso un servizio totale che è giunto fino al dono di se stesso.

L’esperienza di vedere Gesù risuscitato non è un privilegio storicamente concesso a undici discepoli, ma una possibilità per ogni generazione di credenti che accolga e pratichi le beatitudini.

La capacità di vedere il Risorto si basa sulla fede dell’individuo, come nella risurrezione di Lazzaro, condizionata dalla fede che Gesù sollecita alla sorella Marta: “Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio ?” (Gv 11,40).

 


oi` de. evdi,stasanÅ

Essi però dubitarono.

I discepoli pur avendo visto e riconosciuto in Gesù la condizione divina, dubitano. Di che ? Non certamente del Cristo risorto che l’evangelista afferma essere veduto e adorato da tutti!

Il verbo dubitare/ vacillare ( evdi,stasan = edístasan da dista,zw = distázō ) viene adoperato dall’evangelista soltanto qui e nel tentativo di Pietro di camminare sulle acque: “ Cominciando ad affondare gridò a Gesù di salvarlo e il Signore gli stese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato? ( vdi,stasaj Mt 14,31).

L’accostamento tra i due episodi vuole indicare che i discepoli non hanno ancora la fede sufficiente per raggiungere Gesù nella pienezza della condizione divina.

Gli Undici hanno infatti compreso che se vogliono essere con Gesù devono affrontare anch’essi l’infamia e l’orrore della crocifissione e non sanno se ne sono capaci.

Avevano sì detto a Gesù di essere pronti a morire con lui (Mt 26,35) ma poi lo avevano tutti abbandonato e tradito (Mt 26,56). Con questo dubitare, l’evangelista segnala che il cammino della comunità cristiana verso il dono di sé è lento e faticoso.

 

18

kai. proselqw.n o` VIhsou/j evla,lhsen auvtoi/j le,gwn\ evdo,qh moi pa/sa evxousi,a evn ouvranw/| kai. evpi. Îth/jÐ gh/jÅ

Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.

Mentre le donne si sono avvicinate a Gesù (“Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono” - Mt 28,9), qui è Gesù che deve avvicinarsi ai discepoli.

Durante la sua vita terrena Gesù aveva dichiarato che gli era stata data “autorità sulla terra ” (Mt 9,5). Ora che è nella pienezza della condizione divina la sua “autorità” viene estesa pure al cielo. Il suo amore ( l’autorità) è cosmico.

L’affermazione posta dall’evangelista in bocca a Gesù è una citazione del profeta Daniele riguardo al Figlio di uomo al quale Dio “Diede potere, gloria e regno” (Dn 7,14 LXX). Ma c’è un cambio sostanziale: mentre Daniele scrive che “tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano”, per Matteo, Gesù, che “non è venuto per essere servito ma per servire” (Mt 20,28), non viene a dominare le nazioni ma a liberarle comunicando loro lo stesso Spirito vitale di Dio.

 

19

poreuqe,ntej ou=n maqhteu,sate pa,nta ta. e;qnh( bapti,zontej auvtou.j eivj to. o;noma tou/ patro.j kai. tou/ ui`ou/ kai. tou/ a`gi,ou pneu,matoj(

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli (immergendoli) nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,

L’unico imperativo che appare nel brano è: “Fate miei discepoli”. Con questa autorità, la stessa del Padre, Gesù invia i discepoli a tutta l’umanità: il regno di Dio si estende a tutti i popoli.

All’inizio della sua missione, invitando i primi due discepoli Gesù aveva detto loro: “E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,19). Il Cristo adesso indica come e dove effettuare questa pesca.

All’inizio della sua missione Gesù era stato indicato da Giovanni Battista come colui che “battezzerà in Spirito Santo” (Mt 3,11). Il verbo battezzare significa immergere. Missione di Gesù è stata quella di immergere ogni persona nella forza vitale di Dio (Spirito Santo) comunicandogli la stessa energia divina del Padre.

Ora Gesù chiede ai suoi discepoli di collaborare nella sua attività, immergendo nel nome (nella persona) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, la triplice pienezza della sfera divina, coloro che sono immersi in un ambito di morte per dare loro vita.

 

20

dida,skontej auvtou.j threi/n pa,nta o[sa evneteila,mhn u`mi/n\ kai. ivdou. evgw. meqV u`mw/n eivmi pa,saj ta.j h`me,raj e[wj th/j suntelei,aj tou/ aivw/nojÅ

insegnando loro a osservare (praticare) tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (lett. fino al compimento del tempo – oppure - fino a quando questo tempo sarà compiuto).

Questo battesimo nella realtà di Dio non è un avvenimento isolato nella vita del credente, ma continuativo e duraturo nella misura che questi sarà capace di tradurre in pratica l’amore nel quale è stato immerso.

Nel Vangelo di Matteo si distingue tra il verbo insegnare (dida,skontej) e proclamare (kh,russete da khru,ssw Mt 10,7), ed è questa l’unica volta che Gesù autorizza i suoi discepoli a insegnare.

Col verbo “insegnare” si intende quella istruzione, esercitata principalmente partendo dai contenuti dell’Antico Testamento, valida solo in ambiente giudaico. Questo insegnamento è esclusiva prerogativa di Gesù, che mai ha autorizzato i discepoli a insegnare (Mt 23,8), ma solo a proclamare/predicare (Mt 10,7), perché solo lui sa che cosa è possibile prendere dal patrimonio della storia di Israele per annunciare la novità del regno di Dio.

Proclamare significa invece annunciare il regno senza bisogno di ricorrere ad argomenti dell’AT e ha un contenuto adatto sia per i Giudei che per i Pagani, e Gesù associa i discepoli in questa predicazione (Mt 3,1; 4,17.23).

Gesù invia i discepoli a insegnare ai popoli pagani, dove non c’è necessità di appoggiarsi sui testi dell’Antico Testamento, ma non li incarica di annunciare una dottrina, bensì di metterla in pratica.

Quel che i discepoli devono insegnare a praticare è quanto Gesù ha loro comandato. Matteo ha adoperato l’espressione tutto ciò che vi ho comandato perché è la formula usata nell’AT per riferirsi ai comandi di Dio e alla Legge (Es 29,35; Dt 4,1). L’unica volta che nel Vangelo di Matteo si trova il termine comandamento in bocca a Gesù è nel discorso della montagna, riferito alle beatitudini e unito al verbo insegnare : “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi comandamenti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei Cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei Cieli” (Mt 5,19).

Gesù pone le beatitudini come Nuova alleanza. I comandamenti minimi sono le beatitudini, definiti minimi in relazione ai comandamenti di Mosè, la cui osservanza veniva chiamata dai rabbini il giogo del regno dei Cieli (Sif. Lev 25,37.109). Un giogo continuamente accresciuto di precetti ed osservanze fino a diventare insostenibile: “Perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare ? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù, siamo salvati” (At 15,10-11) afferma Pietro a Gerusalemme, e Paolo, che pur era stato uno zelante e praticante della Legge, denuncia quest’ultima come “ giogo della schiavitù” (Gal 5,1).

Gesù definisce i suoi comandamenti, le beatitudini, un “giogo dolce e leggero” (Mt 11,29). Un giogo che anziché schiacciare e dominare chi lo accetta lo sostiene e rende libero.

Quel che i discepoli devono praticare e insegnare a praticare sono le beatitudini che permettono la realizzazione del regno di Dio.

 


kai. Ivdou

Ed ecco …

Matteo non termina il suo Vangelo con l’ascensione come Luca (Lc 24,50-53; At 1,6-11; Mc 16,19), e neanche con il dono dello Spirito (Pentecoste), ma con l’assicurazione della presenza di Gesù nell’attività dei suoi discepoli.

La presenza di Gesù è condizionata dall’attività dei discepoli e non limitata nel tempo: l’espressione fine del tempo (compimento del tempo o fino a quando questo tempo sarà compiuto) non indica una scadenza ma una totalità, e ha il significato di sempre. È la pratica delle beatitudini che consente la presenza di Gesù in mezzo alla comunità.

Matteo chiude il suo Vangelo ricollegandosi a quanto aveva scritto all’inizio: Gesù è il “Dio con noi” (Mt 1,23), verità che è stata richiamata a circa metà del suo lavoro: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome , io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Con Gesù Dio non è più da cercare, ma da accogliere e con lui e come lui continuare a comunicare amore e vita.

L’evangelista conclude con questa scena il parallelismo che ha seguito in tutto il suo Vangelo tra la figura di Mosè, servo di Dio e Gesù, figlio di Dio.

Come Dio, inviando Mosè dal faraone per far uscire il suo popolo dall’Egitto (“Ora va’ ”), lo rassicura “Io sarò con te” (Es 3,10-12) Gesù invia i suoi (“Andate”) e li rassicura della sua presenza (“Io sono con voi”).

L’esistenza di Mosè si conclude sul monte Nebo con la sua morte; l’esistenza di Gesù continua sul monte con l’affermazione di una vita più forte della morte. Mosè, che non è più, designa in Giosuè un suo successore (Dt 34), Gesù, che è, non ha bisogno di successori ma continua vivo e vivificante in mezzo ai suoi collaborando alla riuscita della loro attività.

L’evangelista ha formulato le ultime parole di Gesù ai suoi discepoli sul modello di quelle che chiudono la Bibbia ebraica che riportano il decreto di Ciro, re di Persia, contenute nel Secondo Libro delle Cronache: “Il Signore, Dio dei cieli, mi ha consegnato tutti i regni della terra. Egli mi ha comandato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta!” (2Cr 36,23).

Con il decreto di Ciro i Giudei, da Babilonia terra di prigionia, sono invitati a tornare in Giudea, terra della libertà.

Con Gesù i discepoli sono invitati a uscire dalla Giudea, terra di prigionia e di morte, per andare in tutto il mondo.

L’incarico di Ciro era quello di costruire un tempio al Signore. I discepoli sono il nuovo tempio dove si manifesta la presenza del Signore che sempre è con loro.

Matteo chiude il suo lavoro, che aveva iniziato con le parole del primo libro della Bibbia: “Libro della genesi di Gesù Cristo” Mt 1,1, con quelle dell’ultimo libro: 2Cr, racchiudendo e condensando così in Gesù tutta la storia biblica del popolo di Israele.

 

 

Riflessioni…

l’uomo parla, realizza la sacralità di giuramenti, proclama salvezza;
    ha avuto inizio l’essere, l’uomo, il cosmo.

Ma intanto l’uomo, negli stretti percorsi logici, affannosi e tortuosi, ancora dubita, come dubitavano gli Amici, i fedelissimi Undici.

Ma Dio s’accontenta anche solo di un inchino d’intesa, di uno sguardo compiaciuto, come tra figlio e padre.

Egli ricorda bene che l’uomo è la sua Gloria, e s’aspetta un cenno di riconoscimento di Gloria, esplodente nel rispetto per ogni uomo, nel canto corale unisono di ogni lingua, di ogni religione. E l’intreccio di Gloria reciproca risulta esaltante, modello di ogni vera Liturgia presente e futura, individuale-comunitaria-cosmica.

Allora, si ricomincia: Nel Nome di…

per portare a compimento la Storia di Dio e dell’uomo.