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26 luglio 2009
XVII Domenica del Tempo Ordinario |
Anno B
1 Lett. 2Re 4,42-44 2 Lett. Ef 4,1-6 Gv 6,1-15 |
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1 In quel tempo, Gesù passò all' altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, 2 e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3 Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: "Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?". 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7 Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane, non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". 8 Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 "C’é qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos'é questo per tanta gente?". 10 Rispose Gesù: "Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12 E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: " Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: "Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!". 15 Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. |
Con la guarigione dell’infermo alla piscina (Gv 5,1-16) Gesù ha dato all’uomo la capacità di camminare, lo ha reso libero per aderire alla sua proposta di vita.
In questo episodio, Gesù va al di là del mare – abbandona la terra di oppressione – e sale al monte. Inizia così l’esodo verso una nuova terra promessa, esodo che si verificherà pienamente con la sua morte. L’episodio si svolge sullo sfondo del Libro dell’Esodo:
- passaggio del mare 6,1
- il monte 6,3
- la menzione della Pasqua 6,4
- la tentazione 6,6
- il pane-manna 6,11
Il segno realizzato da Gesù manifesta l’amore di Dio e l’abbondanza di vita che scaturisce dalla condivisione dei beni e dal servizio che la comunità rivolge agli uomini. Mediante il segno dei pani Gesù spiega come potrà sussistere la nuova comunità umana, senza più essere soggetta ai sistemi sfruttatori.
Il segno non sarà capito dalla moltitudine: Gesù si presenta non come un re che risolve i problemi dei suoi sudditi, ma come il pane che dà vita all’uomo, la nuova manna; assimilando il corpo e il sangue di Gesù l’uomo trasforma in norma il dono di sé.
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1 |
Meta. tau/ta avph/lqen o` VIhsou/j pe,ran th/j qala,sshj th/j Galilai,aj th/j Tiberia,dojÅ Dopo questi fatti, Gesù passò all' altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, |
Il tema dell’esodo è già iniziato in 4,46-54 (segno programmatico); inoltre mediante la guarigione dell’infermo della piscina (cap. 5) è stata offerta all’uomo la condizione di alzarsi e camminare, indispensabile per poter intraprendere l’esodo. Perciò il presente episodio verrà ambientato in prossimità della festa di Pasqua, commemorazione solenne dell’esodo di Mosè: l’evento più importante della storia del popolo giudaico.
L’episodio si aggancia alla scena precedente (“dopo questi fatti…”) dove è avvenuto lo scontro con le autorità religiose di Gerusalemme.
Gesù si era appellato alle sue opere come testimonianza del Padre a favore suo (Gv 5,36). Ma proprio queste opere hanno provocato la rottura tra Gesù e le autorità. L’uscita di Gesù dal territorio di Israele manifesta la rottura avvenuta.
Il lago di Galilea – o Tiberiade – viene chiamato “mare” per alludere al passaggio del mar Rosso. Il doppio nome di Galilea/Tiberiade (capitale della Galilea, residenza del re Erode Antipa e della sua corte) può indicare il miscuglio di popolazione giudaica e pagana della regione; l’esodo (uscita dal sistema oppressore) è proposto a tutti.
Gesù abbandona il territorio dominato dall’istituzione giudaica (a Gerusalemme hanno già deciso di ucciderlo, cfr. 5,18).
Le ultime parole di Gesù sul conflitto con le autorità riguardavano Mosè, il liberatore dalla schiavitù, ora Gesù si propone come il nuovo, vero liberatore.
L’antica terra promessa, ora dominata dalle autorità religiose, è diventata terra di schiavitù dalla quale occorre andare via.
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hvkolou,qei de. auvtw/| o;cloj polu,j( o[ti evqew,roun ta. shmei/a a] evpoi,ei evpi. tw/n avsqenou,ntwnÅ e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. |
I segni realizzati da Gesù, in modo particolare le due guarigioni, a Cafarnao e a Gerusalemme, hanno preparato il suo esodo per trarre il popolo fuori dall’oppressione in cui vive.
L’azione di Gesù è rivolta ai “deboli / infermi” riferimento alle pecore deboli immagine rappresentativa del popolo oppresso da parte dei falsi pastori, come appare nella denuncia del profeta Ezechiele (Ez 34,4). La forza che Gesù restituisce attira l’entusiasmo della gente per la speranza che Gesù possa liberare tutti dalla loro miseria e condurli a una vita più umana.
A differenza di Mosè, i segni compiuti da Gesù non sono rivolti contro i potenti né sono segni di terrore, le sue azioni mirano unicamente al bene del popolo e sono gesti di amore.
Nessuno si deve sentire costretto a seguire Gesù, il quale non trascina nessuno dietro di sé. Bisogna che anche la gente effettui il passaggio del mare – come scelta libera – se vogliono stare con Gesù.
Il primo esodo terminava nella terra promessa. Il nuovo e definitivo esodo parte da questa che doveva essere la meta poiché la “terra promessa” si è convertita in terra di schiavitù.
Questa folla che segue Gesù è definita “grande/molta” aggettivo che Giovanni usa soltanto in questo racconto, per la risurrezione di Lazzaro (12,9) e per l’ingresso di Gesù a Gerusalemme (12,12). La gran folla è attratta dai segni di vita che Gesù compie, ma vede nel Cristo il Messia atteso, il re di Israele ed è pronta a farsi dominare da lui.
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avnh/lqen de. eivj to. o;roj VIhsou/j kai. evkei/ evka,qhto meta. tw/n maqhtw/n auvtou/Å Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. |
“Il monte”, con articolo determinativo, è un monte conosciuto. L’evangelista si riferisce ad un elemento caratteristico nella vicenda dell’esodo, quando Mosè sale sul monte due volte, una in compagnia dei settanta anziani (Es 24,1-2.9.12) e l’altra da solo, dopo l’episodio del vitello d’oro (Es 24,33).
Allo stesso modo in questo episodio Gesù salirà al monte due volte: una, al principio, accompagnato dai discepoli, l’altra, da solo, dopo il tentativo di proclamarlo re (Gv 6,15).
Nella religiosità giudaica il monte rappresenta il luogo dove risiede la gloria di Dio e dove venne stipulata l’alleanza, perciò è evidente la connessione tra il Sinai e il monte del Tempio (luogo della perpetuazione dell’alleanza).
In Giovanni la gloria di Dio si identifica con il suo amore leale, salendo sul monte Gesù si situa – in maniera stabile – nel suo luogo, nella sfera divina.
È in Gesù che si manifesta la gloria di Dio. I discepoli stanno con lui: la sfera di Dio è aperta e accessibile agli uomini.
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h=n de. evggu.j to. pa,sca( h` e`orth. tw/n VIoudai,wnÅ Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. |
Di nuovo si menziona la Pasqua (dei Giudei) come festa dei capi del popolo (Gv 2,13;5,1). In quanto festa della “liberazione” era associata alla venuta del Messia. Il pellegrinaggio a Gerusalemme era pertanto d’obbligo, ma la gente preferisce seguire Gesù, e lasciare da parte il giogo della istituzione. Comincia il temuto esodo dalle istituzioni.
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VEpa,raj ou=n tou.j ovfqalmou.j o` VIhsou/j kai. qeasa,menoj o[ti polu.j o;cloj e;rcetai pro.j auvto.n le,gei pro.j Fi,lippon\ po,qen avgora,swmen a;rtouj i[na fa,gwsin ou-toiÈ Allora Gesù, alzati gli occhi, vide (vede) che una grande folla veniva (viene) da lui e disse (dice) a Filippo: "Dove potremo comprare [il] pane perché costoro abbiano da mangiare?". |
C’è una differenza tra Gesù e Mosè. Gesù non si presenta come un leader che trascina le folle, ma come un uomo che offre un’alternativa (Gv 10,4: il pastore che cammina davanti al gregge). La moltitudine pone in lui la sua speranza e spontaneamente lo avvicina (il verbo, al presente, indica l’attrazione costante che Gesù esercita sull’umanità).
Filippo è stato il discepolo che ha riconosciuto Gesù Messia secondo la mentalità tradizionale (Gv 1,45) cioè un Messia in continuità con il passato; viene coinvolto da Gesù nel quadro che si presenta ai suoi occhi: una folla che ha bisogno di mangiare.
Mentre nel deserto il popolo si era posto il problema della sussistenza e si era rivolto al Signore (Es 17,2.7), Gesù previene la necessità della gente e le va incontro, dimostrando il suo amore fedele. In Gesù si manifesta la sollecitudine del Padre per i suoi figli: non attende che essi chiedano da mangiare, è lui che ci pensa e provvede per primo.
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tou/to de. e;legen peira,zwn auvto,n\ auvto.j ga.r h;|dei ti, e;mellen poiei/nÅ Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. |
Durante il cammino nel deserto Dio aveva messo alla prova il suo popolo per verificare la sua fedeltà (Es 15,25;16,4).
Anche Gesù mette ora alla prova, ma con intento diverso, Filippo, il discepolo che rappresenta tutti quelli che seguono Gesù. La prova consiste nell’abbordare la situazione dal punto di vista pratico: la questione del denaro come mezzo per sovvenire alle necessità.
Nel tempio di Gerusalemme Gesù ha denunciato il culto del denaro come sistema economico idolatrico e sfruttatore. Egli vuole vedere ora l’atteggiamento dei discepoli su questo punto e accenna al “comprare” come operazione che richiede la dipendenza dal denaro.
Il verbo “comprare” è del tutto insolito in bocca a Gesù (secondo Matteo 14,15, Gesù ha evitato questa parola e rifiutato tale soluzione), egli lo adopera soltanto per mettere alla prova Filippo.
Gesù vuole vedere se i discepoli hanno compreso la liberazione alla quale egli li chiama.
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a.pekr…qh auvtw/| Îo`Ð Fi,lippoj\ diakosi,wn dhnari,wn a;rtoi ouvk avrkou/sin auvtoi/j i[na e[kastoj bracu, ÎtiÐ la,bh|Å Gli rispose Filippo: "Duecento denari di pane, non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo". |
La risposta di Filippo è scoraggiante: nemmeno con il salario di più di sei mesi di lavoro (il “denaro” era il salario di un giorno di lavoro) si può dare un pezzetto di pane a ciascuno.
Si constata la propria impotenza: una cifra così grande di denaro non risolve certamente il problema della fame.
Filippo si è lasciato condizionare dai termini della domanda e rimane sul piano del denaro.
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le,gei auvtw/| ei-j evk tw/n maqhtw/n auvtou/( VAndre,aj o` avdelfo.j Si,mwnoj Pe,trou\ Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: |
In questo brano vengono menzionati i tre principali discepoli che per primi entrarono in contatto con Gesù: Andrea, Simon Pietro e Filippo.
Andrea era uno dei discepoli di Giovanni Battista che ha dato la sua adesione a Gesù (Gv 1,35) e il cui nome rappresenta la pienezza dell’esperienza cristiana (VAndre,aj=andreas=maturo/virile).
Andrea è inoltre colui che insieme al discepolo anonimo, seguì immediatamente Gesù e rimase a vivere con lui (Gv 1,39).
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e;stin paida,rion w-de o]j e;cei pe,nte a;rtouj kriqi,nouj kai. du,o ovya,ria\ avlla. tau/ta ti, evstin eivj tosou,toujÈ "C'é qui un ragazzo (ragazzino) che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos’é questo per tanta gente (costoro)?". |
Mentre Filippo dimostra una mentalità legata al passato, Andrea intravede una soluzione diversa dal comprare, mostra la sua disponibilità alla condivisione ma constata ugualmente la sua impotenza (la sua risposta si ispira a 2Re 4,42-44, all’episodio del profeta Eliseo e dei venti pani d’orzo del servo: “Da Baal-Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse:«Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.)
L’accenno al ragazzino è del tutto insolito dal punto di vista narrativo. Il fatto che si indichi la determinazione locale (w-de=qui), sul monte, e che Andrea ne parli come di cibo del quale possono disporre, significa che egli rappresenta il gruppo dei discepoli nella propria condizione di debolezza e nella propria povertà di mezzi (il pane di infima quantità).
Il termine “paida,rion=paidàrion=piccoletto” (doppio diminutivo di paij, di cui il diminutivo normale è paidion=paidion = Giezi, il servo di Eliseo, cfr. 2Re 4,12.38;5,20) può designare anche un servitore, per cui è possibile che esso indichi la comunità nella sua dimensione di servizio.
Di fatto Gesù stesso servirà personalmente ai commensali i pani e i pesci (Gv 6,11) e nella lavanda dei piedi (Gv 13) stabilirà il servizio/espressione dell’amore come atteggiamento permanente della comunità.
La figura del ragazzino serve a completare quella di Andrea e ambedue raffigurano la fisionomia autentica della comunità: da una parte l’uomo adulto, vale a dire completato dallo Spirito, dall’altra, il gruppo dei credenti che non detiene il potere e i suoi mezzi (scarsi ma che indicano la totalità: 5+2=7) sono messi al servizio della gente.
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ei=pen o` VIhsou/j\ poih,sate tou.j avnqrw,pouj avnapesei/nÅ h=n de. co,rtoj polu.j evn tw/| to,pw|Å avne,pesan ou=n oi` a;ndrej to.n avriqmo.n w`j pentakisci,lioiÅ Rispose Gesù: "Fateli sedere” (fate che gli uomini si adagino). C'era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere (si adagiarono dunque gli uomini maturi) ed erano circa cinquemila [uomini]. |
Come in 2Re 4,42-44 il problema dell’insufficienza dei pani d’orzo fu prodigiosamente risolto, ugualmente ora Gesù interviene per dimostrare ai discepoli che è possibile superare il loro scetticismo.
Egli ordina loro di far adagiare per terra la moltitudine, ma si riferisce ad essa dando un volto personale ai suoi componenti: non sono più una folla, una moltitudine, della gente, ma questi uomini=tou.j avnqrw,pouj=tous anthrōpous.
Mangiare “adagiati” era proprio degli uomini liberi (particolarmente nella cena pasquale dove si ricordava il passaggio dalla schiavitù alla libertà). La comunità viene incaricata – mediante il servizio che svolge – di far sentire ad essi la dignità di uomini liberi. I discepoli, uomini liberi (gli avnqrw,pouj sono diventati a;ndrej), sono chiamati a farsi servi perché i servi si sentano signori. Nell’esodo di Gesù coloro che si sono sentiti oppressi devono prendere coscienza della loro libertà e dignità.
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…h=n de. co,rtoj polu.j evn tw/| to,pw| …C'era molta erba in quel luogo. |
Il “luogo=tw/| to,pw=to,pος”, in Giovanni, è una denominazione del Tempio (Gv 4,20;11,48) situato a Gerusalemme e divenuto sede di una moltitudine di oppressi (Gv 5,3). Il luogo in cui si trova Gesù è quello dove splende la gloria di Dio, dove si manifesta il suo amore incondizionato all’umanità.
Questo monte dove è situato Gesù diviene l’antagonista del monte di Gerusalemme, dove sorgeva il Tempio e, pertanto, l’unico luogo ufficialmente riconosciuto dove celebrare la Pasqua.
L’erba è segno dell’abbondanza di vita e della fecondità del tempo messianico (“vi sia abbondanza di frumento sulla terra, ondeggi sulle cime dei monti, fiorisca il suo frutto come il Libano e si raccolga come erba dei prati” Sal 72,16), in questo luogo è dove splende la gloria di Dio. Quanti seguono Gesù nel suo Esodo entrano direttamente nella “terra promessa”, per questo si segnala soltanto il punto di arrivo. La liberazione è immediata, come quella dell’infermo nella piscina (Gv 5,8).
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…avne,pesan ou=n oi` a;ndrej …Si adagiarono dunque gli uomini |
Una volta che hanno assunto la posizione di uomini liberi (adagiati) gli uomini vengono chiamati “uomini (adulti)=oi` a;ndrej=hoi andres” (l’espressione ha anche il significato di uomini maturi/mariti). In 1Cor 13,11 possiamo apprezzare la contrapposizione tra bambino e uomo maturo: “Quand’ero bambino (n»pioj) parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma quando mi sono fatto adulto (¢n»r), ho smesso ciò che era da bambino”.
La Vulgata traduce correttamente: “Dixit ergo Iesus facite homines discumbere erat autem faenum multum in loco, discubuerunt ergo viri numero quasi quinque milia”.
L’effetto del servizio è quello di rendere le persone pienamente libere, da dove il termine “andres/uomini adulti”, lo stesso adoperato dal Battista per indicare Gesù (“Dopo di me viene un uomo” [¢n»r] Gv 1,30), l’uomo realizzato.
Come nell’episodio della guarigione del figlio del dignitario reale dove l’individuo, accolta la parola di Gesù, viene identificato come uomo=anthropos e quando scende verso il figlio come padre (Gv 4,46-54), anche in questo brano c’è una progressione di termini. In 6,5 le persone vengono identificate come molta folla=o;cloj polu,j, poi come uomini=avnqrw,pouj e infine come adulti/maturi =a;ndrej.
Gesù rende adulti quanti si avvicinano a lui, li rende liberi e indipendenti. I componenti della comunità di Gesù sono portati dallo Spirito al pieno sviluppo umano.
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…to.n avriqmo.n w`j pentakisci,lioiÅ …ed erano circa cinquemila uomini ( il numero di circa cinquemila). |
C’è un rapporto tra il numero dei pani (cinque) e il numero degli uomini (cinquemila=cifra che appare negli altri racconti sinottici dei pani: Mt 14,21;16,9; Mc 6,44;8,19; Lc 9,14) che dimostra la portata simbolica di quella cifra; infatti il numero 50 è in relazione con lo Spirito (Pentecoste). In 1Re 18,4.13 e 2Re 2,7, i profeti appaiono in gruppi di cinquanta.
La cifra designa, dunque, la dimensione profetica del gruppo in quanto comunità dello Spirito. Anche il numero complessivo della comunità di Gerusalemme, secondo At 4,4, sarà di cinquemila uomini (multiplo di 50)
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e;laben ou=n tou.j a;rtouj o` VIhsou/j kai. euvcaristh,saj die,dwken toi/j avnakeime,noij o`moi,wj kai. evk tw/n ovyari,wn o[son h;qelonÅ Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. |
Delle tre azioni che Gesù compie (prendere i pani/ pronunziare azione di grazia/ distribuire i pani) è quella dell’azione di grazie (“euvcaristh,saj” da euvcariste,w = rendo grazie) a introdurre sulla scena un nuovo personaggio Dio, il Padre; rendergli grazie significa riconoscere che ciò che si possiede è dono ricevuto da lui. Solo dopo aver stabilito la relazione con Dio può essere alimentata la moltitudine.
Il pane è un prodotto dell’opera creatrice di Dio e del lavoro umano. Quando il pane, insieme con i beni della creazione, vengono liberati dall’accaparramento egoista e messi a disposizione di tutti, scompare la situazione di bisogno e si crea l’abbondanza.
È questo il segno che Gesù compie. Rendere grazie è la risposta dell’uomo ai doni ricevuti da Dio e comporta l’impegno a condividere e a manifestare il proprio amore.
Il segno che dà Gesù consiste proprio nel liberare la creazione dall’accaparramento egoista che la sterilizza, affinché si converta nel dono di Dio per tutti. L’abbondanza è data dalla creazione stessa: basta liberarla da quanti se ne appropriano perché torni ad essere il dono di Dio all’umanità.
Secondo Andrea non si poteva condividere perché non bastava quel che si possedeva. Quando non si possiede più, per averlo fatto diventare di tutti, si dimostra che era più che sufficiente.
Gesù stesso si fa servo degli uomini sdraiati / adagiati e distribuisce loro il pane e il pesce, restituendo i doni della creazione ai suoi veri destinatari: l’umanità intera. Con questo gesto Gesù sottolinea l’importanza del servizio come distintivo della comunità e la sua missione di manifestare, nella condivisione dei beni, la generosità del Padre.
Con Gesù è terminata l’elemosina e comincia la condivisione solidale. Non si tratta di assistenzialismo: il pane è accompagnato dal servizio che è il dono della persona. Gesù non fa l’elemosina ma esprime la sua solidarietà. Con la sua azione insegna ai discepoli quale è la missione della comunità: manifestare la generosità del Padre condividendo i doni che ha ricevuto.
Nel vangelo di Giovanni non compaiono le parole e i gesti compiuti da Gesù nell’ultima cena sul pane e sul vino, ma attraverso l’uso degli stessi termini adoperati dagli evangelisti sinottici per l’azione di Gesù sul pane (“prese dunque i pani, rese grazie e li distribuì”, Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19), l’evangelista svela il significato ricco e profondo della eucaristia: l’amore tra i componenti della comunità diventa segno visibile dell’amore di Dio e si manifesta in un dono di vita agli uomini.
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w`j de. evneplh,sqhsan( le,gei toi/j maqhtai/j auvtou/\ sunaga,gete ta. perisseu,santa kla,smata( i[na mh, ti avpo,lhtaiÅ E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". |
Quel che sembrava poco, una volta condiviso ha superato il bisogno ed avanza. E l’avanzo non va perduto ma diventa la base per un’altra abbondanza, per far crescere incessantemente l’amore e il pane. L’ulteriore compito dei discepoli è quello di raccogliere i pezzi avanzati per evitare che vadano perduti (i[na mh, ti avpo,lhtai = avpo,llumi = perdersi / perire; cfr. 6,27 th.n avpollume,nhn avlla. th.n brw/sin th.n me,nousan eivj zwh.n aivw,nion = “datevi da fare non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna”).
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sunh,gagon ou=n kai. evge,misan dw,deka kofi,nouj klasma,twn evk tw/n pe,nte a;rtwn tw/n kriqi,nwn a] evperi,sseusan toi/j bebrwko,sinÅ Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. |
I discepoli raccolgono ciò che è avanzato. Il numero dodici è una evidente allusione a Israele (le dodici tribù): condividendo si può saziare la fame della nazione intera.
Si insiste sul tipo dei pani (d’orzo), dettaglio menzionato in precedenza, come allusione alla storia di Eliseo (6,9). Il motivo della ripetizione è chiaro: nei commentari contemporanei al Sal 72,16 “abbonderà il frumento nel paese, ondeggerà sulle cime dei monti”, si affermava che al tempo del Messia, come segno di abbondanza, il suolo sarebbe stato coperto di pani d’orzo. Questa allusione mostra che l’accaduto è un segno non soltanto profetico, ma messianico.
Lo percepiscono unicamente i discepoli che raccolgono gli avanzi. Avevano già riconosciuto Gesù come Messia (1,14.45.49); Gesù, a sua volta, mostra loro il modo in cui egli realizza l’abbondanza messianica.
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Oi` ou=n a;nqrwpoi ivdo,ntej o] evpoi,hsen shmei/on e;legon o[ti ou-to,j evstin avlhqw/j o` profh,thj o` evrco,menoj eivj to.n ko,smonÅ Allora la gente (gli uomini), visto il segno che egli aveva compiuto, diceva (dicevano): "Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!". |
La reazione degli uomini al segno realizzato da Gesù è quella di vederlo come il Profeta che doveva venire nel mondo, secondo quanto si trovava scritto nel Libro del Deuteronomio: “il Signore tuo Dio susciterà per te, fra i tuoi fratelli in mezzo a te, un profeta come me: lui ascolterete” (Dt 18,15).
L’immagine che si fanno di Gesù è quella di un personaggio appartenente all’antica alleanza. Il profeta, successore di Mosè, è un inviato destinato esclusivamente a Israele, il cui compito sarebbe stato quello di liberare il popolo dalla dominazione romana e di instaurare un’era di prosperità.
Come si vede nel v. 15 vogliono impadronirsi di Gesù per farlo loro re: non accettano la condizione di adulti, preferiscono continuare ad essere sudditi passivi, per questo gli uomini maturi / adulti (oi` a;ndrej) tornano a essere semplicemente uomini (a;nqrwpoi).
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VIhsou/j ou=n gnou.j o[ti me,llousin e;rcesqai kai. a`rpa,zein auvto.n i[na poih,swsin basile,a( avnecw,rhsen pa,lin eivj to. o;roj auvto.j mo,nojÅ Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. |
In contrasto con l’atteggiamento di servizio adottato da Gesù alcuni dei presenti pretendono di farlo re: costituirlo leader del gruppo, un capo potente sul quale scaricare la propria responsabilità.
Gesù voleva rendere il popolo libero, ma questo preferisce rinunciare alla propria libertà.
Gesù li aveva invitati alla generosità creativa e corresponsabile, ma essi preferiscono obbedire e non essere associati alla sua azione creatrice; essi preferiscono delegare ad un capo la propria responsabilità.
Il popolo è pronto a rinunciare alla libertà che gli è stata offerta e, al posto dell’azione creatrice e corresponsabile, che gli è stata richiesta, preferiscono l’obbedienza e la sottomissione. Il tentativo di farlo re viene indicato con toni forti, come si rileva dal verbo a`rpa,zein = impadronirsi / rapire da a`rpa,zw (verbo che denota violenza, cfr. 10,12.28.29). Invece di accettare Gesù come servitore dell’uomo, vogliono dargli una posizione di superiorità e di forza.
Come Mosè salì al monte da solo dopo il tradimento del popolo (Es 34,3-4), ugualmente Gesù si ritira (alcuni manoscritti riportano “fuggì”) sul monte, la sfera divina, propria di Gesù, senza equivoci creati dalle “proiezioni” umane.
La sua regalità verrà manifestata al Calvario, sulla croce.
(…elaborazione dalle catechesi di A. Maggi, J. Mateos e J. Barreto)
P.s. L’abbondanza di linee interpretative del brano prelude ad uno studio che dura l’intero mese di agosto…
Vi auguriamo ogni bene e buon lavoro nel Signore dandovi appuntamento al 30 agosto con il ritorno al Vangelo di Marco.
Buone vacanze!
Il gruppo de Il Filo con P. Gennaro
www.ilfilo.org