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7 settembre 2008 XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO |
Anno A Mt 18,15-20 |
Con il capitolo 18 ha avuto inizio il quarto dei cinque discorsi di Gesù che cadenzano il Vangelo di Matteo.
Dopo
Il discorso della montagna Mt 5,1ss.
Il discorso missionario Mt 9, 36; 11,1
Il discorso parabolico Mt 13, 1-53
comincia
Il discorso comunitario Mt 18,1- 19,1
con il quale l’evangelista ripropone e commenta il Padre Nostro.
Al versetto 14 c’è stato il richiamo alla volontà del Padre che non vuole che si perda neanche: “uno solo di questi piccoli”.
Una delle situazioni che fanno cadere i piccoli è l’esistenza di insanabili dissidi all’interno della comunità, per questo Gesù passa dai piccoli ai fratelli, indicando che sono entrambi i componenti della comunità, e parla dell’assoluta necessità di sanare i conflitti.
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15 |
VEa.n de. a`marth,sh| Îeivj se.Ð o` avdelfo,j sou( u[page e;legxon auvto.n metaxu. sou/ kai. auvtou/ mo,nouÅ eva,n sou avkou,sh|( evke,rdhsaj to.n avdelfo,n sou\ Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo (ndr. convincilo) fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; |
L’insegnamento sull’importanza di conservare salda l’unione fra i componenti della comunità deve essere compreso alla luce di quanto esposto prima: mentre coloro che si allontanano (si smarriscono) dalla comunità vanno cercati e ricuperati, ugualmente quanti, rimanendo nella comunità sono causa di discordia, vanno avvicinati e guadagnati alla fraternità. Compito del discepolo è quello di avvicinare non di isolare l’altro.
Gesù, richiamandosi e ampliando quanto prescritto nel libro del Levitico: “non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; correggi apertamente il tuo prossimo così non ti caricherai di un altro peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,17-18), espone il caso di un fratello, quindi di un componente della comunità, che si è comportato male.
Il verbo utilizzato dall’evangelista (a`marth,sh| = amartēsē da a`marta,nw = amartanō = devio, prendo una direzione sbagliata), lo troviamo solo tre volte in Mt 18,15.21; 27,4 e ha il significato di deviazione, direzione sbagliata.
Compito della persona offesa è quello di dimostrare al fratello l’errore compiuto per convincerlo (e;legxon = élenkson da evle,gcw elénchō = convinco) in forma privata, del suo comportamento sbagliato (non di ammonirlo): il verbo usato dall’evangelista è lo stesso che Gesù applica a se stesso in Gv 8,46: “chi di voi può convincermi (evle,gcei me) di peccato?”.
Il comportamento sbagliato di uno dei componenti della comunità (fratello) non è da intendere in senso generico ma concerne un membro del gruppo, altrimenti il riguardo iniziale di avvicinare l’altro in privato sarebbe fuori posto.
Può sembrare alquanto strano che Gesù non inviti l’offensore a chiedere il perdono alla persona offesa, ma, al contrario, che debba essere la parte lesa a compiere il primo passo in vista della riconciliazione (Mt 5,23-24), perché solo in questo modo è possibile “guadagnare il fratello”.
Gesù invita il credente ad assumere lo stesso atteggiamento del Padre che concede il perdono prima che questo venga richiesto. Per questo Gesù non dice mai di chiedere perdono a Dio ma sempre di concederlo all’altro.
Il discepolo che ha ricevuto un’offesa non deve rimanere chiuso in se stesso ma imitando il pastore che va in cerca della pecora smarrita, deve anche lui andare incontro al fratello che ha sbagliato.
Risalta la ripetizione della particella se (eva,n) ogni volta che si introduce una condizione (Mt 18,15.16.17.18.ss.).
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16 |
eva.n de. mh. avkou,sh|( para,labe meta. sou/ e;ti e[na h' du,o( i[na evpi. sto,matoj du,o martu,rwn h' triw/n staqh/| pa/n r`h/ma\ se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. |
Se il primo tentativo di riavvicinare il fratello è senza risultato, poiché manca la disponibilità nell’altro ad ascoltare, nel senso che non vuole riconoscere il torto fatto, allora bisogna cercare l’aiuto di una o due persone della comunità.
Gesù si rifà all’ordinamento del Deuteronomio dove è prescritto che “un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato questi abbia commesso il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15).
Non si tratta di fare un processo al fratello che ha commesso una mancanza grave, ma di prendere sul serio l’impegno che ogni componente della comunità deve avere nel rendere salda la concordia all’interno del gruppo.
L’una o due persone a cui ricorrere non sono dei semplici testimoni, come testi di accusa da presentare davanti a un tribunale, ma quei membri della comunità più adatti a far convincere l’altro del suo sbaglio.
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17 |
eva.n de. parakou,sh| auvtw/n( eivpe. th/| evkklhsi,a|\ eva.n de. kai. th/j evkklhsi,aj parakou,sh|( e;stw soi w[sper o` evqniko.j kai. o` telw,nhjÅ Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. |
Il termine greco tradotto con comunità l’abbiamo già incontrato in Mt 16 (evkklhsi,aj [chiesa]) intesa come assemblea dei credenti. Il conflitto tra i componenti deve essere portato a conoscenza di tutta la comunità soltanto dopo che siano stati esauriti tutti i tentativi di soluzione, da quello individuale a quello con i testimoni.
Chi si ritiene fratello (v. 15) ma rifiuta di comportarsi come tale impedendo il ricomporsi del dissidio, va considerato come un pagano e un pubblicano.
Ciò non significa che viene escluso dall’amore della comunità, ma che questo amore sarà a senso unico da parte di chi ha ricevuto l’offesa.
Il testo pone l’accento di nuovo sull’individualità: “sia per te …” non viene tirata in ballo la comunità ma solo colui che è stato offeso, il quale deve continuare ad amare l’altro senza attendersi di ricevere nulla.
Quando l’altra parte resiste all’amore questo non potrà più essere vicendevole, e il colpevole va amato come si amano i nemici e si prega per i persecutori (Mt 5,43), come Gesù che non esclude né peccatori né pubblicani dal suo amore, ma mangia con essi (Mt 9,10-11) per essere come il Padre che “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45).
Questo insegnamento conferma quanto già espresso nelle parabole della zizzania (Mt 13,37-38) e della rete (Mt 13,48-49).
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18 |
VAmh.n le,gw u`mi/n\ o[sa eva.n dh,shte evpi. th/j gh/j e;stai dedeme,na evn ouvranw/|( kai. o[sa eva.n lu,shte evpi. th/j gh/j e;stai lelume,na evn ouvranw/|Å In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. |
A Cesarea di Filippo, quando Simon Pietro aveva riconosciuto Gesù come il “Messia, il Figlio del Dio Vivificante” (Mt 16,16) Gesù gli aveva detto: “Ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto in cielo” (Mt 16,19).
Ora Gesù estende a tutti i discepoli quanto aveva prima attribuito ad un unico discepolo (vedi il ns. commento a Mt 16 = Solennità di San Pietro e Paolo). L’espressione presa dal linguaggio rabbinico ha il significato di insegnare dichiarando vero o no una dottrina, ma in questo contesto, dove si parla di rapporti comunitari, ha il significato di concessione o meno del perdono: il fratello che non perdona lega l’amore e il perdono di Dio verso di lui.
Colui che perdona scioglie questo amore, come verrà formulato nel v. 35, conclusivo di questo capitolo.
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19 |
Pa,lin Îavmh.nÐ le,gw u`mi/n o[ti eva.n du,o sumfwnh,swsin evx u`mw/n evpi. th/j gh/j peri. panto.j pra,gmatoj ou- eva.n aivth,swntai( genh,setai auvtoi/j para. tou/ patro,j mou tou/ evn ouvranoi/jÅ In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. |
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20 |
ou- ga,r eivsin du,o h' trei/j sunhgme,noi eivj to. evmo.n o;noma( evkei/ eivmi evn me,sw| auvtw/nÅ Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". |
Questo insegnamento non è sulla fiducia nella preghiera che Gesù ha già chiaramente illustrato (Mt 6,5-8), ma sulla necessità dell’accordo comunitario, condizione antecedente la preghiera, per sperimentare la presenza del Signore. Per questo l’insegnamento viene collocato dopo l’assoluta esigenza del superamento dei conflitti comunitari.
I due o tre personaggi riuniti nel nome di Gesù, richiamano l’una o due persone (v.16) chiamate in causa per risolvere il dissidio. La loro funzione di costruttori di pace (Mt 5,9) rende manifesta la presenza del Signore.
Il verbo si metteranno d’accordo traduce il greco sumfwnh,swsin = siumfōnésōsin da cui la parola sinfonia.
L’accordo o sinfonia alla quale Gesù rimanda non consiste nell’appiattimento delle varie personalità ma, come in una sinfonia, ogni strumento è invitato a suonare la stessa melodia pur conservando la sua indispensabile peculiarità.
L’unità alla quale i componenti della comunità di Gesù sono chiamati non è quella di pensare tutti nello stesso modo, bensì di vivere tutti nella pratica dello stesso amore.
Nel Talmud si afferma che: “se due si riuniscono per studiare le parole della Torah, la Shekina (Gloria di Dio) è in mezzo a loro” (P. Ab. 3,3).
Gesù si sostituisce alla Legge e la sua presenza manifesta la Gloria di Dio.
Al centro del Padre Nostro c’era la richiesta di avere Gesù come pane di vita – quotidiano – (Mt 6,11). Al centro della comunità cristiana non c’è più la Legge, per quanto divina, ma Gesù, l’Uomo-Dio.
Va sottolineata la piccolezza del numero: la presenza di Gesù è assicurata da due o tre persone.
Lo stesso non viene detto per le folle.
L’evangelista ha iniziato il suo vangelo con l’espressione “Dio con noi” riferita a Gesù (Mt 1,23) e termina con l’assicurazione di Gesù: “io sono con voi tutti i giorni, sino al compimento di questo tempo” (Mt 28,20).
Al centro del vangelo Matteo colloca l’identica assicurazione: Gesù è il Dio in mezzo ai suoi che cammina con la sua comunità, portando a compimento la Promessa di Lv 26,11-12: “stabilirò la mia dimora in mezzo a voi e io non vi respingerò. Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (cfr. Es 34,9; Gl 2,27).
La presenza del Signore in mezzo alla comunità non riguarda più una promessa al futuro ma è una realtà presente che tutti possono sperimentare quando si vive in concordia: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono in mezzo a loro” non già lì sarò… appena si realizza la sinfonia, ecco che si trova anche Lui presente in mezzo a loro (cfr. Origene, Comm. Mat. XIV,413)