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17 gennaio 2010
TEMPO ORDINARIO |
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1 In quel tempo, il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. 5 Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». 6 Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9 Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». 11 Questo, a Cana di Galilea fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. |
Normalmente il racconto giovanneo di un segno è accompagnato da una parola o da un discorso che ne esplicita il significato. A Cana, invece, il segno compiuto non è seguito da alcuna interpretazione e rappresenta l’inizio/principio dei segni (l’archetipo) nel quale è prefigurata tutta la serie. Esso ha valore di “principio”, un valore che ingloba quello dei segni che verranno in seguito.
Dall’analisi letteraria si deduce il carattere simbolico del racconto: manifesta qualcosa d’altro rispetto a ciò che dice e che gli serve come suo artificio letterario per creare una successione di giorni e continuare così il tema della creazione annunciato nel prologo. Si scarta un’interpretazione che tenda a vedere nel racconto di Cana un determinato episodio, un semplice fatto accaduto a un banchetto di nozze, poiché mancano dei dati (p.es. assenza degli sposi, mancanza del vino…) che una narrazione classica avrebbe fornito. In compenso si nota abbondanza di dettagli in un testo così sobrio (v.descrizione minuziosa delle giare).
Quanto scritto dall’evangelista sembra esulare da un contesto puramente storico per situarsi sul piano di una verità teologica molto forte. L’evangelista intende significare lo sviluppo/superamento dell’antica alleanza, quella del Sinai, proposto da Gesù.
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Kai. th/| h`me,ra| th/| tri,th| ga,moj evge,neto evn Kana. th/j Galilai,aj( kai. h=n h` mh,thr tou/ VIhsou/ evkei/\ Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù (lett. là). |
Il dato cronologico, il terzo giorno, che apre l’episodio di Cana, completa la rigorosa successione, giorno dopo giorno, cominciata in 1,29.
Nella mentalità biblica l’espressione “terzo giorno” in bocca a un personaggio significava “il giorno dopo domani” (cfr. Lc 13,32: Oggi, domani e il terzo giorno), per cui l’intervallo temporale di due giorni (cfr. la stessa espressione nella predizione della risurrezione: Mc 8,31; 9,31; Mt 16,21; 17,23; Lc 9,22) serve all’evangelista a collocare la scena delle nozze di Cana nel “sesto giorno”, secondo il computo dei giorni seguito fin dall’inizio (il primo giorno= Giovanni Battista rende la sua dichiarazione dinanzi alla commissione inviata dalle autorità giudaiche, 1,19-28; secondo giorno= Giov. B. pronuncia una solenne testimonianza sulla missione di colui che viene, 1,29-34; terzo giorno= ha luogo l’ultima dichiarazione di Giovanni e l’adesione dei primi discepoli a Gesù, 1,35-42; quarto giorno = Gesù decide di partire per la Galilea, chiama Filippo e avviene l’incontro con Natanaele, 1,43-51; adesso quindi siamo al terzo giorno, a partire dal quarto, e perciò al sesto giorno). In questo modo il segno che Gesù sta per compiere è in parallelo con il giorno della sua morte in croce (19,31).
Mediante questo schema temporale Giovanni intende modellare l’opera di Gesù su quella della creazione, proprio al sesto giorno Dio creò l’uomo. Si compie così la nuova creazione, la cui piena attuazione avverrà nel giorno (il sesto) della morte di Gesù sul calvario (“tutto è compiuto” 19,30).
La datazione “il terzo giorno” richiama, inoltre, il giorno dell’alleanza sinaitica: “(Il popolo) si tenga pronto per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo” (Es 19,11), mentre l’episodio delle nozze allude al tema con il quale i profeti inneggiavano all’alleanza tra Dio e il suo popolo (Is 54,5ss.; Ez 16; Os 2-3). In questo modo l’evangelista introduce il suo messaggio: il superamento dell’antica alleanza, prodotto dalla nuova alleanza proposta da Gesù.
Gesù è stato già presentato dal Battista come il nuovo/vero sposo (1,27); questo è un elemento in più per considerare il racconto in chiave simbolica e interpretarlo secondo la linea teologica dell’autore. Inoltre, il fatto che, eccettuato Gesù, i protagonisti non hanno nome, conferma ulteriormente che i personaggi sono rappresentativi di una data realtà, al di là della loro concretezza storica.
La regione della Galilea, a differenza della Giudea, sta a indicare un ambiente molto più aperto in cui Gesù si poteva muovere liberamente per compiere le sue azioni. Cana inoltre era situata vicino a Nazaret, nella parte montuosa, luogo adatto ai ribelli nazionalisti che si opponevano al regime di Gerusalemme.
Gesù annuncia il suo programma a Cana (da “qanah”=acquistare, in allusione al “popolo acquistato da Dio” Es 15,16; Dt 32,6), e qui darà inizio al suo lavoro direttamente con il popolo (4,46).
Viene presentato il primo personaggio ad avere rilievo nel racconto: la madre di Gesù, senza nome proprio, soltanto indicata attraverso la sua relazione con lui. Il fatto che essa si trovi “là” (stessa espressione usata anche per le sei giare: Gv 2,6) sta ad indicare la sua appartenenza alle nozze, cioè all’antica alleanza.
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evklh,qh de. kai. o` VIhsou/j kai. oi` maqhtai. auvtou/ eivj to.n ga,monÅ Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. |
Per la prima volta nel Vangelo si parla di Gesù alla testa di un gruppo di discepoli. Sta per cominciare la sua attività. Gesù non appartiene alle nozze ma partecipa come invitato, si tratta del Messia che va incontro al suo popolo sotto l’ambito dell’antica alleanza (le nozze).
Nell’AT il tema delle nozze serve a simboleggiare i giorni messianici (Is 54,4-8; 62,4-5) e così sarà recepito nel NT (Mt 8,11; 22,1-14: Lc 22,16-18; Ap 19,9). Attraverso il quadro delle nozze, gioia umana per eccellenza, l’incontro dell’umanità con Dio arriva alla sua piena realizzazione.
Mentre i sinottici, per iniziare il racconto della vita pubblica di Gesù, annunciano la “buona novella”, Giovanni presenta la festa/nozze come la venuta di Gesù tra i suoi. Egli è presente solo per modificare radicalmente la situazione esistente.
L’opera del Messia non si innesterà semplicemente sulle antiche istituzioni per purificarle e poi continuarle, ma sarà una totale novità che esigerà un superamento rispetto al passato.
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kai. u`sterh,santoj oi;nou le,gei h` mh,thr tou/ VIhsou/ pro.j auvto,n\ oi=non ouvk e;cousinÅ Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. |
Il vino, espressione della gioia (Am 9,13-14; Os 14,7; Ger 31,12), è un elemento indispensabile nelle nozze. Inoltre, il vino è simbolo dell’amore fra lo sposo e la sposa (cfr. Cant. 1,2;7,10;8,2). Venendo a mancare, si comprende che in quelle nozze (antica alleanza) non esiste più rapporto di gioia/amore tra Dio e il popolo.
La madre di Gesù interviene rivolgendosi a lui, ma senza chiamarlo figlio, e senza formulare una domanda esplicita. Né lei pretende di avere alcun diritto su Gesù, né Gesù si riconosce dipendente da lei (“donna…” 2,4). Tra ambedue esiste una relazione di origine.
Nel racconto costruito sul simbolo delle nozze, la madre rappresenta gli israeliti che hanno mantenuto la fedeltà a Dio e la speranza nelle sue promesse. In quanto figura femminile, che denota l’origine del Messia, la madre lo ha riconosciuto e si rivolge a lui per mostrargli la situazione di carenza: non hanno vino. Ella sa bene che l’amore di Dio non è finito (Es 34,6; Ger 31,3: “Con amore eterno ti ho amato”) ma si rivolge a Gesù perché ponga riparo alla situazione. Soltanto il Messia può offrire la soluzione.
L’evangelista sottolinea che la madre, pur vivendo dentro questa alleanza, se ne distanzia: non dice “non abbiamo…” ma “non hanno vino…”.
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Îkai.Ð le,gei auvth/| o` VIhsou/j\ ti, evmoi. kai. soi,( gu,naiÈ ou;pw h[kei h` w[ra mouÅ E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». |
L’espressione semitica (lett. “che cosa a me e a te?”= ti, evmoi. kai. soi) con la quale Gesù risponde all’osservazione che gli è stata fatta, suppone sempre due persone e un fatto accaduto, e il suo significato dipende dal contesto in cui viene adoperata:
un’azione al presente considerata inopportuna o pericolosa, e perciò viene respinta (=lasciami in pace, cfr. Mc 1,24; Lc 4,34; Mt 8,29; 2Cor 35,21);
un’azione al passato, considerata nociva che porta alla rottura di rapporti con un altro (=non voglio aver niente a che fare con te; cfr. 1Re 17,18);
quando si ignora quale fatto abbia provocato un atteggiamento ostile in un altro (=cosa è successo tra te e me? Cfr. Gdc 11,12);
se il fatto non dipende dalla volontà di nessuno dei due, la forma serve per raccomandare l’indifferenza davanti al fatto (=che ce ne importa a me e a te?; cfr. 2Sam 16,10: quando Abisai chiede a Davide il permesso di uccidere Simei, che insultava il re chiamandolo assassino).
Questo ultimo significato è quello proprio della risposta di Gesù: la mancanza di vino è indipendente dalla volontà della madre e di Gesù, che la esorta a disinteressarsi del fatto.
Con la risposta di Gesù viene indicata la necessità di un superamento con il passato. L’antico Israele pone la sua fiducia nel Messia ma nell’attesa/speranza che egli continui a mantenere la realtà esistente. L’opera di Gesù, invece, non poggerà sulle antiche istituzioni, ma rappresenterà una novità radicale. Né a Gesù né alla madre spetta intervenire nell’alleanza senza vita.
Il modo di rivolgersi di Gesù alla madre: “donna”, non è mai usato nell’AT da un figlio per rivolgersi alla madre. Ma non si tratta di rifiutare il rapporto madre-figlio, perché Maria è chiamata “madre di Gesù” quattro volte nei vv. 1-12. L’appellativo “donna” poteva invece designare una donna sposata o promessa sposa, e verrà adoperato da Gesù per rivolgersi a sua madre (2,4; 19,26), alla samaritana (4,21) e a Maria di Magdala (20,15): donne che rivestono il ruolo di sposa in quanto figura di una nuova comunità dell’alleanza: la madre, la comunità-sposa dell’antica alleanza, che si è conservata fedele a Dio; la samaritana, la sposa-adultera (adulterio=idolatria), che torna dallo sposo, Maria di Magdala, la comunità-sposa della nuova alleanza, con la quale Gesù formerà la nuova coppia nell’orto-giardino.
La novità che Gesù porta è legata a un momento futuro, “la sua ora” (7,30; 8,20; 12,23.27; 17,1), che sarà quella della sua morte (13,1). La nuova alleanza non può avere inizio anzitempo.
Il Crocifisso, espressione suprema dell’amore di Dio all’uomo, sarà il codice visibile della nuova alleanza, della nuova relazione tra Dio e il suo popolo, non più basata sulla Legge ma su un amore capace di dare la vita per gli altri.
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le,gei h` mh,thr auvtou/ toi/j diako,noij\ o[ ti a'n le,gh| u`mi/n poih,sateÅ Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». |
Anche senza conoscere i piani di Gesù, la madre afferma che bisogna accettare senza condizioni il suo programma ed essere preparati a seguire qualunque sua indicazione.
L’ordine dato ai servitori riecheggia quello del faraone in Gn 41,55: “Andate da Giuseppe, fate quello che vi dirà” ma, soprattutto, ricorda le parole che il popolo pronunciò sul Sinai: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” Es 19,8.
La madre, figura dell’Israele fedele, ha intuito che il Messia sta per operare qualcosa di nuovo. Ai servitori viene chiesta la fedeltà all’alleanza che il Messia sta per promulgare.
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h=san de. evkei/ li,qinai u`dri,ai e]x kata. to.n kaqarismo.n tw/n VIoudai,wn kei,menai( cwrou/sai avna. metrhta.j du,o h' trei/jÅ Vi erano là sei anfore (giare) di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri (lett. metrete due o tre). |
Dal punto di vista narrativo questa frase introduce un motivo nuovo nel racconto, la presenza di sei giare di pietra, da non confondere con l’iconografia tipica delle sei anfore di terracotta di medie dimensioni.
L’evangelista parla di “giare di pietra= li,qinai u`dri,ai”. La loro minuziosa descrizione (sei / di pietra / ottanta/centoventi litri ciascuna) e l’accento dato al tema della purificazione (al centro della frase), permettono di rapportare le giare con la Legge di Mosè (tavole di pietra), codice dell’antica alleanza. Alla Legge di pietra corrisponde il “cuore di pietra” che, nelle parole di Ezechiele, verrà cambiato per un “cuore di carne” (Ez 36,26)
Il concetto di “purificazione” dominava la Legge antica e rendeva il rapporto dell’uomo con Dio sempre più fragile e difficile. La necessità continua di purificazione relegava l’uomo in uno stato di impurità e indegnità nei confronti di Dio. Ciò spiega la posizione centrale di questo versetto nel racconto e l’insistenza sulla capienza e immobilità delle giare.
La Legge (deformata nel tempo) presenta l’immagine di un Dio geloso della sua distanza rispetto al popolo. In queste condizioni non si manifesta più l’amore di Dio per l’uomo, né questi si sente unito a Dio da un vincolo d’amore, ma di timore e dipendenza. È l’ostacolo di questa Legge a far mancare il vino in queste nozze, cioè l’amore che pure era presente nell’alleanza antica.
Il fatto che le giare siano vuote (dovranno essere riempite) sta a indicare come il pomposo rituale delle purificazioni è vacuo. Le purificazioni sono pertanto inutili e inefficaci. Esisteva solo l’aspetto esteriore, senza il contenuto.
Inoltre il numero sei, cifra della incompletezza, indica l’incompiutezza della Legge nonché la provvisorietà di tutto quel sistema (sei sono le feste religiose indicate nel Vangelo di Giovanni).
Il sistema religioso propugnato dai Giudei è stato privato di qualunque contenuto reale, e si caratterizza per la sua durezza/oppressione (giare di pietra) e inefficacia (assenza di acqua).
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le,gei auvtoi/j o` VIhsou/j\ gemi,sate ta.j u`dri,aj u[datojÅ kai. evge,misan auvta.j e[wj a;nwÅ E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore (le giare)»; e le riempirono fino all’orlo. |
Pur non essendo ancora giunta la sua ora, Gesù intende mostrare anticipatamente all’Israele fedele quale potrà essere l’effetto della sua ora.
Per prima cosa fa prendere coscienza ai servitori/popolo che le giare sono vuote. Facendo riempire d’acqua le giare, Gesù indica che lui sta per offrire la vera purificazione, che non dipenderà da nessun adempimento di Legge, ma dal vino/amore che penetra dentro l’uomo e che permette di stabilire, senza più intermediari, una relazione personale e immediata con Dio.
Il Messia sta per mostrare all’Israele fedele quale sarà l’effetto del compimento della sua missione e il risultato della sua opera. L’ordine dato ai servitori richiede la loro collaborazione e fedeltà alla parola ricevuta.
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kai. le,gei auvtoi/j\ avntlh,sate nu/n kai. fe,rete tw/| avrcitrikli,nw|\ oi` de. h;negkanÅ Disse loro di nuovo: «Ora prendetene (lett. attingete e portate) e portatene a colui che dirige il (architriclino) banchetto». Ed essi gliene portarono. |
Il verbo “attingere”= avntlh,sate è usato normalmente in riferimento a un pozzo (figura della Legge e di tutte le istituzioni giudaiche cfr. Gv 4,7ss).
Il maestro di tavola, responsabile dell’organizzazione e dello svolgimento del banchetto, non è al corrente della mancanza di vino. Egli rappresenta la classe dirigente (il termine “avrcitrikli,nw” da avrcitrikli,nος =archtriklìnos, richiama sia “archon”=capo che “archiereus”=sommo sacerdote) che si disinteressa della situazione del popolo. Per i dirigenti non c’è nulla di anomalo nel fatto che Dio venga allontanato dal popolo a causa della mediazione della Legge e che non si esperimenti il suo amore.
Soltanto il popolo - rappresentato dalla madre - avverte che la situazione è insostenibile.
Quando Gesù offrirà ai dirigenti di Israele la sua alleanza, costoro, che non sentono la necessità di un cambio, non vorranno riconoscerla come proveniente dall’amore fedele di Dio per il suo popolo e la rifiuteranno.
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w`j de. evgeu,sato o` avrcitri,klinoj to. u[dwr oi=non gegenhme,non kai. ouvk h;|dei po,qen evsti,n( oi` de. dia,konoi h;|deisan oi` hvntlhko,tej to. u[dwr( fwnei/ to.n numfi,on o` avrcitri,klinoj Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo |
Mentre i servitori sanno che il vino offerto proviene dall’azione di Gesù, il maestro di tavola, abituato ad un sistema di dare-avere con Dio, non riconosce il dono messianico, e anticipa l’ostinazione e il rifiuto dei Giudei nei confronti di Gesù (“i suoi non l’accolsero” 1,11).
Il vino, in quanto simbolo dell’amore, è dono dello Spirito ed è lui a purificare. Così la scena di Cana anticipa la croce, l’ora di Gesù, dove si manifesterà fino all’estremo (13,1) l’amore di Dio per l’uomo (17,1) e offrirà a tutti lo Spirito.
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kai. le,gei auvtw/|\ pa/j a;nqrwpoj prw/ton to.n kalo.n oi=non ti,qhsin kai. o[tan mequsqw/sin to.n evla,ssw\ su. teth,rhkaj to.n kalo.n oi=non e[wj a;rtiÅ e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». |
Rivolgendosi allo sposo, il maestro di tavola, rappresentante dell’area dirigenziale, manifesta la sua sorpresa perché il vino nuovo è eccellente quanto l’antico. La situazione passata era già quella definitiva: è sorprendente che, al presente, si debba parlare negli stessi termini del passato. Il maestro di tavola crede che il sistema non necessiti di cambiamenti.
Constata che il vino che gli offrono al presente è ancora l’eccellente vino del passato; per questo è convinto di conoscere la provenienza del vino, la cantina dello sposo (Tu invece hai tenuto da parte).
Non comprende che il vino è di un altro ordine, di altra provenienza, frutto di un’altra presenza, quella di Gesù.
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Tau,thn evpoi,hsen avrch.n tw/n shmei,wn o` VIhsou/j evn Kana. th/j Galilai,aj kai. evfane,rwsen th.n do,xan auvtou/( kai. evpi,steusan eivj auvto.n oi` maqhtai. auvtou/Å Questo, a Cana di Galilea fu l’inizio (il principio) dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. |
La conclusione dell’episodio serve ad annunciare una serie di segni che Gesù realizzerà. Il segno di Cana è l’inizio, il prototipo e chiave di interpretazione di quelli che seguiranno.
“Questo Gesù compì…come principio dei segni” (una traduzione letterale): il termine “principio” è più indicativo dell’espressione “inizio dei segni”, perché include l’idea di prototipo e, in certo modo, quella di origine.
Il tema dell’alleanza che caratterizza tutta la pericope termina con la manifestazione della “gloria” come in Es 24,15.17: “La gloria del Signore dimorava sul monte Sinai”. Anche Giovanni chiude l’episodio con la menzione della gloria di Gesù. La gloria del Padre è ora presente in Gesù, per cui ogni segno che egli compirà sarà manifestazione di essa.
È questa gloria, pienezza dell’amore, a fondare la fede dei discepoli, i quali danno l’adesione alla persona di Gesù come presenza/rivelazione della gloria/amore fedele di Dio.
La fede consiste nel riconoscere l’amore incondizionato di Dio, manifestato in Gesù, e rispondere con l’adesione personale.
La gloria/amore viene annunciata a Cana come una nuova relazione che Dio instaura con l’uomo facendolo capace d’amare come lui con la forza dello Spirito che lo purifica e lo rende figlio suo.
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Riflessioni…
Tra suoni e voci scanzonate, il banchetto va…, sotto occhi di chi controlla e dirige, tra sguardi attenti ed ansiosi. Come in ogni banchetto.
C’è anche il mangione e beone venuto da Nazareth con tutta la sua comitiva. È in regola, è ufficialmente invitato. C’è anche la madre, e non suo padre.
A queste Nozze Egli giunge al sesto giorno della settimana inaugurale, solennizzato con una festa singolare. Appaiono tutti gli elementi di un inizio ri-creativo: tutto era stato fatto in vista di lui, all-ora, tutto ora inizia con Lui e con i suoi segni: banchetti, festa nuziale, vino, e vino versato, ora annunciata e appena adombrata.
Parte da qui, da Cana, l’ora con i suoi rinvii, fino all’ora, all’ora ultima, quella del Tempo, della Storia, quella sua e del Padre suo.
Anche se lo sguardo e la parola materna tentano scorciatoie nelle direzioni e nei tempi divini, perché del vino c’è bisogno, come della salvezza, di cui è segno e garanzia, da difficoltà, da limiti, da disattenzioni, da colpe e da responsabilità fallite.
Nella coincidenza del sesto giorno creativo e festoso, delle sei giare della piena disponibilità e ancora vuote da preconcetti e da presunzioni, nell’intreccio di acqua e vino, esplode un segno di salvezza. Finisce l’imbarazzo e lo smarrimento, basterà berlo questo vino pregiato e prezioso e si potrà godere del riscatto e della salvezza piena.
Nell’intreccio di braccia umane e divine il progetto salvifico è garantito, anzi iniziato.
E alcuni cominciano a crederci…che è possibile!
Si fa da parte la madre, ha svolto il ruolo di testimone il Direttore di sala, i diligenti servitori rientrano, rimane solo lo sposo, meravigliato e pieno di stupore, con grazie in gola, quasi commosso, e presto fa posto allo Sposo nuovo, che dà inizio alla nuova epoca, con segni nuovi.
Con il vino versato al Direttore del banchetto, agli amici dell’ultima cena, a tutti, lungo i tempi, fino ad oggi e per sempre: versato per voi e per tutti…, per salvare.
È versato su piaghe e ferite, su cuori spezzati e scorati, in ogni versante, per ogni vita. E questo dall’alto di una croce, con la certezza di essere efficace e duraturo.
Il primo segno, a Cana di Galilea, inaspettato e forse già osteggiato, fino all’ultimo segno del Banchetto ultimo, in attesa di quello del Regno che Gesù figlio di Dio, berrà…, ha cominciato a s-velare i significati ultimi di un vino, e di un gesto divino che onnipotente trasforma vita, significati e finalità, e l’uomo comincia ad osare, col calice di benedizione tra le mani, per ringraziare il suo Dio, e lodarlo riconoscendo in quel frutto di vite l’ebbrezza del suo Amore.
È iniziata la storia delle Nozze nuove, alla cui festa gli uomini tutti sono invitati. E terminano i riti e iniziano i significati. Tutti possono brindare e lodare col vino nuovo, lasciando spazio a una nuova umanità, garantendo il diritto di ognuno alla gioia di vivere e di sentirsi salvati.