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13 settembre 2009
XXIV Domenica del Tempo Ordinario |
Anno B
1 Lett. Is 50,5-9a 2 Lett. Gc 2,14-18
Vang. Mc 8,27-35 |
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27 In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli, verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: "La gente, chi dice che io sia?". 28 Ed essi gli risposero: "Giovanni Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti". 29 Ed egli domandava loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". 30 E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell' uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: "Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini". 34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. |
Si arriva a un momento decisivo, accuratamente preparato da Gesù che, secondo il racconto di Marco, ha dato prove della sua qualità di Messia nei due episodi dei pani (Mc 6,30-44; 8,1-10).
Gesù vuole vedere se i discepoli hanno abbandonato la mentalità della gente (“gli uomini), e hanno finalmente capito la sua identità messianica. In questa pericope inizia il tema del cammino (9,33s; 10,32.52; 11,8; cfr. 1,2) che porterà Gesù a Gerusalemme (10,32.33; 11,11).
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27 |
Kai. evxh/lqen o` VIhsou/j kai. oi` maqhtai. auvtou/ eivj ta.j kw,maj Kaisarei,aj th/j Fili,ppou\ kai. evn th/| o`dw/| evphrw,ta tou.j maqhta.j auvtou/ le,gwn auvtoi/j\ ti,na me le,gousin oi` a;nqrwpoi ei=naiÈ Poi (e uscì) Gesù partì con ( e) i suoi discepoli, verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: "La gente (gli uomini), chi dice (dicono) che io sia?". |
Ricompare il nome di Gesù, che non era stato più citato da 6,30, in occasione del ritorno degli inviati; questo fatto colloca la narrazione in un contesto più vicino alla storia.
La scena si svolge in territorio pagano, dove i discepoli possono essere liberi dalla pressione ideologica della loro società, in particolare dei farisei, e in questo territorio viene posta la questione sull’identità di Gesù (4,41; 6,14-16). Le due domande che Gesù rivolge ai discepoli corrispondono ai due momenti dell’azione risanatrice del cieco (8,24.27). Anzitutto chiede loro quale sia l’opinione della gente (oi` a;nqrwpoi = gli uomini) sulla sua persona.
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28 |
oi` de. ei=pan auvtw/| le,gontej Îo[tiÐ VIwa,nnhn to.n baptisth,n( kai. a;lloi VHli,an( a;lloi de. o[ti ei-j tw/n profhtw/nÅ Ed essi gli risposero (parlarono a lui dicendo): "Giovanni Battista; altri [dicono] Elia e altri uno dei profeti". |
La gente (gli uomini) legata al sistema giudaico continua ad avere su Gesù le stesse opinioni che erano apparse dopo l’invio dei discepoli: lo identifica con figure del passato (Giovanni Battista, Elia, un profeta) (cfr. 6,14-6), con personaggi riformisti, ma il cui messaggio non realizza l’aspettativa che il popolo ha accumulato nel corso della sua storia; le persone lo giudicano positivamente, ma quello che hanno imparato sul Messia impedisce loro di identificarlo con Gesù.
È gente indottrinata dall’istituzione giudaica e la loro opinione rimane inamovibile. I segni messianici che Gesù ha dato negli episodi dei pani non hanno avuto ripercussioni in loro.
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29 |
kai. auvto.j evphrw,ta auvtou,j\ u`mei/j de. ti,na me le,gete ei=naiÈ avpokriqei.j o` Pe,troj le,gei auvtw/|\ su. ei= o` cristo,jÅ Ed egli domandava (chiese) loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Pietro (rispondendo dice a lui) gli rispose: "Tu sei il Cristo". |
La seconda domanda di Gesù, quella decisiva, vuole scoprire se i discepoli persistono ancora nella stessa mentalità degli “uomini” o se hanno capito i segni. Aspetta una risposta diversa da quella della gente comune. Pietro, di sua iniziativa, si fa portavoce del gruppo (cfr. 1,36).
La sua risposta è chiara: Tu sei il Messia.
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30 |
kai. evpeti,mhsen auvtoi/j i[na mhdeni. le,gwsin peri. auvtou/Å E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. |
Ma questa dichiarazione non viene accettata da Gesù: il Messia, specificato, si identifica con quello dell’attesa popolare nazionalista, in concreto con quella del “Messia figlio di Davide” (cfr. 12,35-37) (si ricordi il titolo del Vangelo: Mc 1,1 “Gesù, Messia, Figlio di Dio”): hanno superato l’opinione popolare su Gesù e capiscono che Egli inaugura un’epoca nuova, quella messianica, quella della Signoria di Dio, ma mescolano questa conoscenza con la concezione messianica nazionalista; in realtà, nonostante lo sforzo di Gesù, non sono ancora usciti dal “villaggio” (8,26).
Per questo Gesù ordinò loro =. evpeti,mhsen auvtoi/j, come aveva fatto con gli spiriti immondi che lo avevano riconosciuto come “il Consacrato da Dio” (1,24) o “il Figlio di Dio” (3,12), titoli equivalenti a quello di Messia.
La dichiarazione che ha fatto Pietro è tanto poco accettabile quanto poco accettabili sono quelle fatte dagli spiriti immondi e Gesù non vuole che diffondano questa opinione su di lui, perché potrebbe suscitare un falso entusiasmo messianico.
Marco mette in risalto la resistenza dei discepoli/i Dodici (seguaci provenienti dal giudaismo) all’universalismo del messaggio (4,11: “il segreto del Regno”), a causa del loro nazionalismo esclusivista.
È evidente il conflitto tra due programmi messianici: quello dei discepoli e quello di Gesù.
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31 |
Kai. h;rxato dida,skein auvtou.j o[ti dei/ to.n ui`o.n tou/ avnqrw,pou polla. paqei/n kai. avpodokimasqh/nai u`po. tw/n presbute,rwn kai. tw/n avrciere,wn kai. tw/n grammate,wn kai. avpoktanqh/nai kai. meta. trei/j h`me,raj avnasth/nai\ E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell' uomo doveva (deve) soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. |
La frase cominciò ad insegnare loro (proporre il messaggio partendo dall’AT) viene completata da ciò che segue all’affermazione di Gesù: “esponeva il messaggio apertamente” (32). Sono le stesse parole che aprivano e chiudevano l’insegnamento in parabole alla folla (4,2.33).
Questo insegnamento (per la prima volta rivolto a loro) mostra che la loro incomprensione è tale da collocarli a livello di “quelli di fuori” (4,11); Gesù continua la spiegazione che dovette dare loro dopo quel discorso (4,34); finora tutti i suoi sforzi per portarli a capire sono stati inutili.
Il contenuto del detto di Gesù corrisponde, quindi, al “segreto del Regno” esposto in quel discorso mediante le due parabole finali:
• sul piano individuale, ciò che costituisce il seguace è la disposizione al dono di sé (4,26-29);
• sul piano sociale, la nuova comunità universale non avrà elementi di splendore e di grandezza, ma offrirà accoglienza a tutti gli uomini che aspirano alla pienezza (4, 30-32).
Il successo della persona e del messaggio dipende dalla qualità del dono di sé.
È un insegnamento, non una semplice informazione; si tratta di comunicare un sapere che il discepolo deve applicare alla propria vita e condotta.
Per chiarire ai discepoli l’indole del suo messianismo, Gesù sostituisce il termine “Messia”, appartenente alla tradizione giudaica, con quello di il Figlio dell’uomo, di portata universale, le cui caratteristiche sono già state esposte nel vangelo (2,10; 2,28); essendo portatore dello spirito di Dio (1,10), possiede la condizione divina, vertice dello sviluppo umano; la sua missione, esercitata con indipendenza da norme e leggi religiose (2,28), è quella di comunicare vita agli uomini, liberandoli dal loro passato peccatore (2,3-13).
Ma l’espressione “il Figlio dell’uomo”, sebbene indichi primordialmente Gesù, il prototipo di Uomo, si applica, per estensione, a quelli che da lui ricevono lo Spirito e seguono il suo Cammino; l’affermazione seguente implica, quindi, che ciò che viene affermato di Gesù riguarda, in proporzione, tutti i suoi seguaci.
Ebbene, il destino de “il Figlio dell’uomo”, portatore dello Spirito, che costituisce il suo essere e informa la sua attività, ha due fasi: soffrire-morire e risuscitare.
La sua attività a favore degli uomini, in particolare dei più oppressi dal sistema religioso giudaico, suscita inevitabilmente l’ostilità dei circoli di potere di quel sistema, che si oppone allo sviluppo umano.
Per questo deve patire molto, frase che parte dal rifiuto iniziale da parte delle autorità (venire rifiutato) fino al suo atto finale (morire); le tre categorie che compongono il Sinedrio giudaico:
• anziani (potere economico-politico),
• sommi sacerdoti (potere religioso-politico),
• scribi (potere ideologico),
riterranno intollerabile la sua attività.
È la reazione inevitabile, di un sistema sociale ingiusto, al messaggio di Gesù. Ma la morte del Figlio dell’uomo non sarà definitiva: la vita indistruttibile dello Spirito trionferà su di essa (tre giorni dopo, risorgere, cfr. Os 6,2).
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32 |
kai. parrhsi,a| to.n lo,gon evla,leiÅ kai. proslabo,menoj o` Pe,troj auvto.n h;rxato evpitima/n auvtw/|Å Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte (avendolo preso con sé) e si mise a rimproverarlo. |
Faceva questo discorso, come in precedenza alla folla, ma apertamente, senza parabole (4,33). La reazione è immediata: Pietro, che si fa di nuovo portavoce del gruppo dei discepoli (8,29), rimprovera Gesù, così come prima Gesù aveva rimproverato il gruppo (8,30); cioè, Pietro considera il concetto di Messia - rifiutato e soggetto alla morte, esposto da Gesù – come contrario al disegno di Dio; quello annunciato da Gesù, per Pietro, significa il fallimento di tutte le sue aspirazioni; Pietro riafferma la sua idea di un Messia potente e trionfatore.
L’utilizzazione ripetuta (3 volte) del nome “Pietro” (non Simone e neanche Simon Pietro) vuol indicare l’ostinazione di quel discepolo; quando il Pietro è d’accordo viene chiamato con il suo nome (Simone) e non con il soprannome (Pietro).
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33 |
o` de. evpistrafei.j kai. ivdw.n tou.j maqhta.j auvtou/ evpeti,mhsen Pe,trw| kai. le,gei\ u[page ovpi,sw mou( satana/( o[ti ouv fronei/j ta. tou/ qeou/ avlla. ta. tw/n avnqrw,pwnÅ Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: "Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini". |
Gesù, davanti ai suoi discepoli, rappresentati da Pietro, rimprovera a sua volta Pietro: lo identifica con Satana, il tentatore, il nemico dell’uomo e di Dio (1,13); l’idea umana/degli uomini è quella della tradizione farisaica e rabbinica (7,8), quella di “coloro che non vedono e non sentono” (8,24), opposta a quella di Dio. Si confrontano due messianismi: quello del Messia Figlio di Dio (1,1; 14,6s), che si offe per l’umanità (1,9-11), e quello del Messia Figlio/successore di Davide (10,47.48; 12, 35-37), vittorioso e restauratore di Israele.
Si presenta di nuovo a Gesù la tentazione del potere dominatore (1,13.24.34; 3,11; 8,11), questa volta da parte dei suoi stessi discepoli.
Gesù mette Pietro al posto che gli spetta (dietro di me), perché il seguace pretendeva di essere seguito da Gesù.
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34 |
Kai. proskalesa,menoj to.n o;clon su.n toi/j maqhtai/j auvtou/ ei=pen auvtoi/j\ ei; tij qe,lei ovpi,sw mou avkolouqei/n( avparnhsa,sqw e`auto.n kai. avra,tw to.n stauro.n auvtou/ kai. avkolouqei,tw moiÅ Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. |
Convoca i due gruppi di seguaci, la folla, formata da quelli che non provengono dal giudaismo (3,32; 5,24b; 7,14.33), e i discepoli, quelli che provengono da esso. Enuncia chiaramente le condizioni per la sequela, quelle che mettono l’uomo sul cammino della sua pienezza e gli consentono di costruire una società nuova.
La prima condizione:
• rinnegare se stessi significa rinunciare ad ogni ambizione di potere, di dominio e di gloria umana;
La seconda condizione:
• caricarsi la propria croce, significa avere il coraggio di perdere la faccia e di accettare fino alle ultime conseguenze, come Gesù, l’ostilità della società ingiusta.
In altre parole, finché l’individuo alimenta ambizioni di carattere personale, non può lavorare per il bene dell’umanità; e se ha paura delle conseguenze del suo atteggiamento, sarà incapace di impegnarsi seriamente.
La prima condizione dà all’uomo la libertà per agire; la seconda, la sua dignità suprema, l’essere coerente con se stesso fino alla fine, e l’efficacia del suo lavoro. Il destino del Figlio dell’uomo (v.31) è il destino di tutti quelli che tendono alla pienezza umana.
Queste condizioni, ovviamente, si oppongono diametralmente agli ideali dei discepoli, che aspirano al trionfo e alla gloria.
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35 |
o]j ga.r eva.n qe,lh| th.n yuch.n auvtou/ sw/sai avpole,sei auvth,n\ o]j dV a'n avpole,sei th.n yuch.n auvtou/ e[neken evmou/ kai. tou/ euvaggeli,ou sw,sei auvth,nÅ Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. |
Inizia una serie di ragionamenti che provano come l’opzione proposta sia ragionevole. Gesù fa distinzione tra due concetti di salvezza:
a) la concezione di chi aspira al trionfo terreno e per la quale “salvezza” significa preservare la vita fisica anche senza realizzazione umana, e, in fin dei conti, finire nella morte, e
b) quella di chi, fedele a Gesù e al suo messaggio, ripone il suo ideale nella pienezza propria e altrui e sa che la morte non significa la fine, ma il coronamento del proprio sviluppo umano.
Chi ha come valore supremo la vita fisica non sarà mai libero, perché chi è in grado di minacciare la sua vita gli farà perdere la dignità e lo terrà sotto il suo dominio. Invece, il dono di sé per il bene dell’umanità fa superare la morte.
( cfr. le catechesi di J. Mateos e F. Camacho)