11 ottobre 2009


XXVIII Domenica

del

Tempo Ordinario

Anno B

 

1 Lett.

Sap 7,7-11

2 Lett.

Eb 4,12-13

Vang.

Mc 10,17-30

 

17 In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?".

18 Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.

19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre".

20 Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza".

21 Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: va' , vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!".

22 Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: "Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!".

24 I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: "Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!

25 È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio".

26 Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: "E chi può essere salvato?".

27 Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: "Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perchè tutto è possibile a Dio".

28 Pietro allora prese a dirgli: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito".

29 Gesù gli rispose: "In verità io vi dico: non c' è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo,

30 che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

Evitare l’ingiustizia personale è sufficiente per raggiungere la vita definitiva, ma non per seguire Gesù; per questo occorre rinunciare all’accumulo di ricchezza, ostacolo per lo sviluppo dell’uomo e fondamento dell’ingiustizia e della disuguaglianza sociale. Marco mostra che la perfetta osservanza della Legge giudaica non prepara all’adesione al messaggio di Gesù.

 

17

Kai. evkporeuome,nou auvtou/ eivj o`do.n prosdramw.n ei-j kai. gonupeth,saj auvto.n evphrw,ta auvto,n\ dida,skale avgaqe,( ti, poih,sw i[na zwh.n aivw,nion klhronomh,swÈ

In quel tempo, mentre [Gesù] andava per la strada (essendo uscito lui per via), un tale gli corse (perché posseduto) incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono (insigne), che cosa devo fare per (ereditare) avere in eredità la vita eterna?".

18

o` de. VIhsou/j ei=pen auvtw/|\ ti, me le,geij avgaqo,nÈ ouvdei.j avgaqo.j eiv mh. ei-j o` qeo,jÅ

Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono (insigne)? Nessuno è buono (insigne), se non Dio solo.

Un uomo angustiato (gettandosi in ginocchio davanti a lui) cerca soluzione per un problema cruciale; è un uomo che corre perché prigioniero/indemoniato/posseduto da un problema che l’angustia ( va da Gesù per avere) come evitare che la morte sia la fine di tutto, che fare per avere vita dopo la morte? (“Ereditare”= ricevere un lotto per attribuzione, “ereditare”, “ottenere”, “possedere”. Nel contesto ebraico la vita definitiva veniva concepita come una eredità che l’uomo riceve da Dio in dono, cfr. Sal 37,11).

Riconosce in Gesù un sapere superiore; chiama Gesù “Maestro” non “Rabbi” (cfr. 9,5; 14,45), facendo capire che non lo assimila ai rabbini, puri commentatori della Legge; riconosce l’eccellenza di Gesù come maestro “insigne”* e crede che possa risolvere il suo problema e calmare la sua angoscia. Gesù gli risponde che non è necessario consultare lui, perché, su questa questione, i Giudei hanno avuto il migliore dei maestri, Dio.

* Excursus

Maestro insigne=avgaqe,=agathè da ¢gaqÒj=agathÒs: quando agathÒs o aggettivi simili qualificano un sostantivo che indica una funzione, non indicano la bontà o malvagità personale del soggetto, bensì la sua eccellenza o mancanza di essa in detta funzione. Il grado positivo ha valore di superlativo, il miglior maestro che c’è. Lo stesso al v. 18.

L’esatta interpretazione dell’aggettivo agathÒs facilita la comprensione di tutta la pericope [=unità ben delimitata dotata di senso compiuto]: ci si rende conto che il termine maestro insigne si adotta per la qualità di Gesù come maestro e di conseguenza, anche di Dio, nello stesso senso.

Nell’attività provvidente del Padre sempre c’è stata rivelazione e assistenza per lo sviluppo dell’uomo; anche lo sviluppo dell’apparato legislativo rappresenta l’assistenza dell’amore del Padre per il progresso dell’uomo. Gesù riconosce tutto questo e lo rappresenta all’uomo angosciato:”Hai il miglior maestro che c’è dalla tua parte, Dio. Ti basta Lui per la tua tranquillità, non hai bisogno di rabbini e scribi ma solo dell’insegnamento che viene da Lui: il Decalogo; non ti fare schiavizzare da un groviglio di leggi ed interpretazioni umane (i 613 precetti e divieti della legislazione degli scribi)”.

L’osservanza dei comandamenti basta per ottenere la vita eterna.

L’atteggiamento di Gesù basta a fugare delle interpretazioni estremistiche, come il fatto che solo coloro che seguono Gesù e solo coloro che rinunciano a tutti i possedimenti possono ottenere la vita eterna; e andando oltre si giunge a dire che la vita eterna non può essere raggiunta né dagli ebrei fedeli né dai seguaci di Gesù che non rispettino una assoluta povertà.

La missione di Gesù non consiste soltanto nell’assicurare agli uomini la vita dopo la morte, cosa che si può realizzare con una condotta onorata, bensì nel condurre gli uomini alla pienezza umana fin dalla loro vita mortale, mettendo in atto un cambiamento della società e iniziando in tal modo la fase terrena del Regno di Dio.

L’uomo che corre “angosciato” da Gesù anche se è un osservante della Legge e pur essendo ricco è preoccupato per la vita dell’aldilà. La sicurezza su cui basa la sua vita: l’osservanza dei comandamenti e la sua ricchezza non bastano a tranquillizzarlo.

Gesù con tutta evidenza si pone nella scia dell’unico Maestro insigne: il Padre; e, per tutta risposta, all’uomo/posseduto non dà un precetto in più, una formula magica, una preghiera talismano, ma, “lo amò”; lo pone nell’ambito dell’amore non dell’osservanza di norme di religione; lo pone nell’ambito proprio di Dio, l’amore.

Quindi va oltre la legislazione ebraica, porta a compimento tutto il precedente facendolo sfociare direttamente in Dio (lo amòli amò sino alla fine…in un crescendo di amore).

L’insegnamento di Gesù è nella scia dell’amore creatore del Padre; ma siamo nella pienezza del tempo e quindi siamo ad un grado eccellente della rivelazione e dell’insegnamento, tutto viene posto sul piano dell’amore (lo amò).

Non precetti che ci devono condurre a Dio ma la stessa vita del Padre, del Figlio, dello Spirito donata a noi.

Gesù coinvolge l’uomo angosciato nella rivelazione sempre più piena e lo chiama a seguirlo con una scelta di amore che deve farlo sentire, come si sente Lui, responsabile della felicità degli altri.

Il ricco è preoccupato soltanto dell’aldilà, però c’è un aldiquà pieno di dolore e di ingiustizia, e il suo comportamento non contribuisce a porvi rimedio.

Il ricco aspirava alla vita dopo la morte, Gesù gli offre fin da ora di condividere la vita di Dio. Essere ricco non lo ha fatto crescere nella sua qualità umana, poiché il suo amore per il prossimo non è stato adeguato, dal momento che non è stato solidale né ha preso eccessive iniziative per procurare il bene degli altri.

L’osservanza dei comandamenti etici della Legge è stato un primo passo nell’amore per gli altri. Gesù propone di andare oltre; cioè, non fare danno agli altri non implica una reale preoccupazione per il bene degli altri, né porta a impegnarsi per la giustizia.

Gesù, l’ebreo, propone, con libertà creativa, un compimento/superamento della Legge, un principio di vita che supera tutti i precedenti valori del mondo ebraico.

La proposta di Gesù va oltre la domanda dell’uomo ricco; non si tratta solo di raggiungere la vita definitiva dopo la morte, bensì di avere vita piena in questo mondo e di aiutare gli altri a raggiungerla assumendo la statura del Figlio dell’Uomo.

19

ta.j evntola.j oi=daj\ mh. foneu,sh|j( mh. moiceu,sh|j( mh. kle,yh|j( mh. yeudomarturh,sh|j( mh. avposterh,sh|j( ti,ma to.n pate,ra sou kai. th.n mhte,raÅ

Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre".

Dei dieci comandamenti Gesù omette i primi tre, che si riferiscono a Dio; gli ricorda solo quelli etici, quelli che si riferiscono al prossimo, che sono indipendenti da ogni contesto religioso. Il codice etico che propone Gesù non è specificamente ebraico, bensì universale, valido per ogni essere umano, in ogni cultura.

Marco aggiunge non frodare ( ai comandamenti viene aggiunto un precetto preso dal Deuteronomio e che riguarda i rapporti tra padroni e braccianti) non privare l’altro di ciò che gli è dovuto.

Sono comandamenti che proibiscono di commettere determinate ingiustizie ai danni del prossimo.

Infine, invertendo l’ordine del Decalogo, ricorda il quarto comandamento (onora/sostenta tuo padre e tua madre), insinuando con ciò che l’obbligo nei confronti della famiglia non può servire da pretesto per sottrarsi all’obbligo nei confronti dell’umanità in generale; il vincolo con l’umanità ha più valore di quello familiare.

La condizione minima per superare la morte, quindi, è quella di non essere personalmente ingiusto con gli altri.

 

20

o` de. e;fh auvtw/|\ dida,skale( tau/ta pa,nta evfulaxa,mhn evk neo,thto,j mouÅ

Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza".

L’uomo afferma di essere stato sempre fedele a quei comandamenti. Questo dimostra che Marco sta descrivendo una figura ideale, il perfetto giudeo, per creare il contrasto con le esigenze del messaggio di Gesù. Quel tau/ta pa,nta=tauta panta, in modo onomatopeico ci dà un’immagine di pienezza che poi Gesù svuoterà.

 

21

o` de. VIhsou/j evmble,yaj auvtw/| hvga,phsen auvto.n kai. ei=pen auvtw/|\ e[n se u`sterei/\ u[page( o[sa e;ceij pw,lhson kai. do.j Îtoi/jÐ ptwcoi/j( kai. e[xeij qhsauro.n evn ouvranw/|( kai. deu/ro avkolou,qei moiÅ

Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: "Una cosa sola (uno) ti manca: va' , vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni (e or su)! Seguimi !”.

Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò invitandolo a seguirlo entrando nel gruppo dei discepoli e gli espone la condizione che deve adempiere. Una sola cosa ti manca (l’uno ti manca, alla maniera semitica: ti manca tutto=non è la ciliegina sulla torta; è stato presentato come colui che corre perché è posseduto, anche se lui pensava di essere possessore) l’uomo è preoccupato per l’aldilà, ma questo non basta per il suo sviluppo come persona che si ottiene seguendo la linea di Gesù, facendosi ultimo e servo di tutti (9,35) e per questo deve abbandonare i suoi molti possedimenti (possedeva infatti molti beni). Era andato da Gesù per avere, invece deve dare ( il ricco è colui che possiede, il signore è colui che dà!)

Così contribuirà a creare in questo mondo una società nuova (il regno di Dio) dove regni la giustizia e l’essere umano trovi la sua pienezza.

Di fatto, anche se personalmente non è ingiusto, quell’uomo è coinvolto, con la sua ricchezza, nell’ingiustizia della società. L’etica proposta nei comandamenti di Mosè non è sufficiente per cancellare la disuguaglianza né porta a una società veramente giusta.

Per ogni seguace, quindi, la condizione è quella di prendere la decisione di eliminare, per quanto sta in lui, l’ingiustizia. Per questo deve rinunciare all’accumulo di beni (tutto quello che hai), che crea la povertà di altri, la disuguaglianza e la dipendenza umilianti; darlo ai poveri ripara, a livello personale, questa ingiustizia.

D’altra parte l’accumulo di beni offre una sicurezza sul piano materiale, ma, essendo ingiusta, impedisce lo sviluppo umano; la vera ricchezza e la sicurezza definitiva si trovano solo in Dio (avrai in Dio la tua ricchezza, allusione a 10,14:”Dio regna su di loro”), che opera attraverso la solidarietà e l’amore reciproco della comunità di Gesù e garantisce lo sviluppo personale.

 

22

o` de. stugna,saj evpi. tw/| lo,gw| avph/lqen lupou,menoj\ h=n ga.r e;cwn kth,mata polla,Å

Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

L’uomo, per il suo attaccamento alla ricchezza, non acconsente all’invito di Gesù. Il suo amore per gli altri è relativo, non arriva al livello necessario per un cristiano. Non è disposto a lavorare per un cambiamento sociale, per una società giusta, quella antica gli basta. Preferisce il denaro al bene dell’uomo.

 

23

Kai. peribleya,menoj o` VIhsou/j le,gei toi/j maqhtai/j auvtou/\ pw/j dusko,lwj oi` ta. crh,mata e;contej eivj th.n basilei,an tou/ qeou/ eivseleu,sontaiÅ

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse (dice) ai suoi discepoli: "Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!".

Il gruppo dei discepoli non ha capito il messaggio: l’ambizione di preminenza (9,34) fa sì che non aspirino a una società nuova che favorisca lo sviluppo umano; il loro spirito riformista pensa con le categorie di quella antica; la disuguaglianza non importa.

Gesù riassume l’episodio del ricco e sottolinea l’ostacolo costituito dalla ricchezza per far parte del Regno, cioè, di ciò che si deve realizzare già nell’aldiquà.

Qui compare la differenza tra “vita definitiva” alla quale aspirava il ricco e che egli può raggiungere se evita l’ingiustizia e “il regno di Dio”, nel quale non entra e che concretamente non può riferirsi che alla comunità di Gesù. Nel Regno entra il signore (colui che dà) non il ricco (colui che possiede per sé).

 

24

oi` de. maqhtai. evqambou/nto evpi. toi/j lo,goij auvtou/Å o` de. VIhsou/j pa,lin avpokriqei.j le,gei auvtoi/j\ te,kna( pw/j du,skolo,n evstin eivj th.n basilei,an tou/ qeou/ eivselqei/n\

I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù (di nuovo rispondendo dice) riprese e disse loro: "Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!

25

euvkopw,tero,n evstin ka,mhlon dia. Îth/jÐ trumalia/j Îth/jÐ r`afi,doj dielqei/n h' plou,sion eivj th.n basilei,an tou/ qeou/ eivselqei/nÅ

È più facile che un cammello passi per [la] cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio".

Le parole di Gesù seminano sconcerto tra i discepoli; essi pensano che nel regno di Dio (la nuova società) continuino ad esistere la ricchezza individuale e la dipendenza che essa crea (cfr. 6,36s).

Gesù non ritratta, ma insiste sulla stessa idea; aggiunge una sfumatura: il ricco non solo ha ricchezze, ma confida in esse, crede che siano l’unico mezzo per assicurare la propria esistenza.

Con una frase iperbolica (più facile che un cammello passi…) accentua l’impossibilità pratica per un ricco di rinunciare alla sicurezza che gli dà la sua ricchezza e contribuire alla creazione di una società nuova (il regno di Dio).

 

26

oi` de. perissw/j evxeplh,ssonto le,gontej pro.j e`autou,j\ kai. ti,j du,natai swqh/naiÈ

Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: "E chi può essere salvato (salvarsi)?".

I discepoli non si spiegano l’esigenza di Gesù; si chiedono se sia possibile la sopravvivenza del gruppo senza l’appoggio della ricchezza materiale di alcuni dei suoi membri (sopravvivere=swqh/nai=sôthênai, sfuggire a un pericolo, qui quello dell’indigenza, si tratta di sopravvivere nell’aldiquà; come ci manteniamo? cfr. 8,35).

 

27

evmble,yaj auvtoi/j o` VIhsou/j le,gei\ para. avnqrw,poij avdu,naton( avllV ouv para. qew/|\ pa,nta ga.r dunata. para. tw/| qew/|Å

Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: "Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perchè tutto è possibile a Dio".

Gesù dà loro la soluzione: essi guardano la questione dal punto di vista puramente umano e la giudicano secondo l’esperienza della loro società; in tale impostazione, per il problema della sopravvivenza, non c’è altra soluzione che la ricchezza. Invece la sopravvivenza è possibile anche in maniera alternativa, con la solidarietà che produce la signoria di Dio.

 

28

:Hrxato le,gein o` Pe,troj auvtw/|\ ivdou. h`mei/j avfh,kamen pa,nta kai. hvkolouqh,kame,n soiÅ

Pietro allora prese (cominciò) a dirgli: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito".

Pietro si fa portavoce del gruppo; non si conforma al principio enunciato da Gesù; vuole sapere cosa toccherà a loro. Da notare che Simone viene chiamato solo con il soprannome, quindi è in disaccordo!

Attribuisce al gruppo due meriti: aver lasciato tutto, il che corrisponde a verità (1,18.20) e aver seguito sempre Gesù, che, come abbiamo visto nel corso degli episodi precedenti, non risponde a verità; accompagnano Gesù materialmente, ma gli atteggiamenti del gruppo sono molto distanti dai suoi (8,32;9,10.32.34;10,13).

 

29

e;fh o` VIhsou/j\ avmh.n le,gw u`mi/n( ouvdei,j evstin o]j avfh/ken oivki,an h' avdelfou.j h' avdelfa.j h' mhte,ra h' pate,ra h' te,kna h' avgrou.j e[neken evmou/ kai. e[neken tou/ euvaggeli,ou(

Gesù [gli] rispose (disse, dichiarò): "In verità io vi dico (vi assicuro): non c' è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo,

30

eva.n mh. la,bh| e`katontaplasi,ona nu/n evn tw/| kairw/| tou,tw| oivki,aj kai. avdelfou.j kai. avdelfa.j kai. mhte,raj kai. te,kna kai. avgrou.j meta. diwgmw/n( kai. evn tw/| aivw/ni tw/| evrcome,nw| zwh.n aivw,nionÅ

che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

Per questo, la risposta di Gesù non si riferisce in particolare al gruppo di discepoli (seguaci provenienti dal giudaismo), ma a qualsiasi seguace che abbandona tutto per manifestare la sua adesione a lui e dedicarsi alla propagazione del messaggio.

Nel Regno o società nuova non ci sarà miseria, ma affetto e abbondanza per tutti, ma senza disuguaglianza né dominio; in effetti, confrontando le due enumerazioni fatte da Gesù, quella riferita a ciò che il seguace lascia e quella a ciò che trova, emerge che nella seconda viene omessa la menzione del padre, figura dell’autorità.

Poiché si tratta della tappa terrena del Regno, tutto questo si verificherà in mezzo all’ostilità della società (tra persecuzioni); e quei seguaci, naturalmente, erediteranno la vita definitiva.

Da notare nel v. 29 che i membri della prima enumerazione sono uniti dalla particella disgiuntiva “o”=gr. “ê” e che quelli della seconda, dalla congiunzione “e”=gr. “kai”: nel primo caso non bisogna lasciare tutto ciò che l’enumerazione contiene ma bisogna abbandonare solo ciò che è d’ostacolo a rispondere all’invito di Gesù; nel secondo caso come risposta c’è un “cento volte tanto” cioè una benedizione totale.

 

31

polloi. de. e;sontai prw/toi e;scatoi kai. Îoi`Ð e;scatoi prw/toiÅ

Molti dei primi (Ma tutti, anche se sono primi) saranno ultimi, e gli ultimi saranno primi".

La sezione si chiude con una conclusione che sintetizza gli episodi precedenti: non si può appartenere al Regno o comunità di Gesù conservando un protagonismo o una superiorità sociale basati sul potere e sul prestigio della ricchezza, come nel caso del ricco che si era avvicinato a Gesù.

Nella comunità tutti devono adottare l’atteggiamento di Gesù, quello di farsi “ultimo di tutti ” (non cercare preminenza né protagonismo) e servo di tutti (tradurre la sequela in servizio).

Per questo Gesù afferma: Tutti, anche se sono primi (caso del ricco), devono farsi ultimi, staccandosi da ciò che li rende “primi” (10,21;cfr. 9,35).

Non si può entrare nel Regno mantenendo una posizione (cfr. 10,21.23.25) che crea dipendenza all’interno del gruppo. Or dunque tutti questi che si fanno ultimi, saranno primi, poiché la loro opzione (rinuncia all’ambizione e pratica del servizio reciproco) creerà per tutti ugualmente una comunità di amore e di abbondanza (cfr. 10.29s).

Questo significa che il progresso della comunità non consiste nell’esistenza di mecenati o di protettori che, da una posizione di privilegio, le forniscono il denaro, creando una dipendenza umiliante e un’inevitabile gerarchia, ma nel lavoro comune di tutti come uguali, senza stridenti differenze di livello, creando così tra tutti una comunità fraterna pienamente solidale e prospera.

 

Riflessioni…