Vangelo della Domenica

Linee interpretative del Vangelo domenicale elaborate nell’incontro settimanale del lunedì dal gruppo della Comunità de “Il Filo” (Gruppo Laico di Ispirazione Cristiana e-mail: amicidelfilo@libero.it) insieme con P. Gennaro Lamuro resp. del Servizio Animazione Biblica della Diocesi di Napoli.

Il gruppo si avvale dei seguenti supporti:

n.b.: Il testo della traduzione in italiano del Nuovo Testamento è:


8 giugno 2008

10a DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Anno A

Mt. 9,9-13

Matteo 9,9-13

L’evangelista presenta tre episodi tutti all’insegna della novità portata da Gesù, un Dio che rivolge il suo amore anche a chi non lo merita:

  1. chiamata di Matteo (9,9)

  2. a mensa con i peccatori (9,10-13)

  3. discussione sul digiuno (9, 14-17)

La narrazione della mensa è posta al centro dei tre episodi, il che dimostra che è la scena più importante alla luce della quale occorre leggere le altre due.


9

Kai. para,gwn o` VIhsou/j evkei/qen ei=den a;nqrwpon kaqh,menon evpi. to. telw,nion( Maqqai/on lego,menon( kai. le,gei auvtw/|\ avkolou,qei moiÅ kai. avnasta.j hvkolou,qhsen auvtw/|Å

Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.


L’episodio va ambientato a Cafarnao, la città di Gesù, posto di frontiera dove esistevano le barriere doganali per il pagamento del dazio nella strada che portava a Damasco.

È la prima volta che Gesù si trova di fronte un “pubblicano”, categoria di persone che nel vangelo di Matteo è stata presentata negativamente (“se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?” Mt. 5,46) ed equiparata ai pagani (“come un pagano e un pubblicano” Mt. 18,17).

Lo schema dell’incontro di Gesù con il pubblicano è identico a quello della guarigione della suocera di Pietro che giaceva prostrata dalla febbre (Mt. 8,14-15), in una situazione di impurità: è sempre lo sguardo di Gesù che per primo si accorge di persone che vivono situazioni di difficoltà.

Non è la persona che deve supplicare il Signore (“Grido a Te, Signore, ti cerco” Sal. 88,2) perché con Gesù (“Dio con noi” Mt. 1,23) Dio non è più da cercare ma è da accogliere.

Gesù vede un uomo non “vede” con categorie morali: (un ladro) o religiose (un peccatore), ma umane.

Al tempo di Gesù coloro che riscuotevano il dazio appartenevano ad una categoria di persone considerate ladri di professione e pertanto quasi impossibilitate alla salvezza. Per giunta questi uomini erano considerati anche traditori, perché al servizio dei dominatori, i pagani romani.

Ma adesso la comunicazione di vita da parte di Dio agli uomini si concretizza proprio nella chiamata di colui che è considerato il peccatore per eccellenza, un ladro e traditore. Questo escluso dalla salvezza ha nome Matteo che in ebraico: (Matithyah abbreviato in Mathyah composto da matath, "dono" e Yah, abbreviazione di Yahweh, "Dio, Iavè", e quindi significa "dono di Dio".

L’evangelista scrive ad una comunità di Giudei che ha accolto Gesù, ma resta ancora radicata nella mentalità religiosa-farisaica, del “merito”: la salvezza viene meritata per i propri sforzi.

Gesù chiama l’escluso, per eccellenza, dalla salvezza perché la sua salvezza non è frutto degli sforzi di quest’uomo ma è dono di Dio.

Gesù che non fa nessuna differenza tra le persone invita il pubblicano, così come ha invitato a seguirlo i suoi primi quattro discepoli (Mt. 4,18-22).

Ma a differenza della prima chiamata l’evangelista aggiunge l’azione di alzarsi (avnasta.j = anastàs) dell’uomo che proviene dal peccato. L’evangelista utilizza lo stesso verbo che sarà utilizzato per parlare della risurrezione di Gesù (Mt. 17,9.23; 20,19).

Per l’evangelista seguire Gesù significa abbandonare una situazione di morte per entrare nella sfera dei risorti.

Gesù è stato presentato all’inizio del vangelo come colui che battezza nello Spirito Santo (Mt. 3,11), ma non si trova nessun passo nei vangeli dove Gesù battezzi in Spirito Santo, ma ogni suo incontro con gli uomini è una immersione, un immergerli = “battezzarli” nell’amore di Dio, forza che santifica, che separa dalla morte e inserisce nella sfera di vita, comunicando una nuova energia vitale che libera dal passato “il peccato”.


10

kai. evge,neto auvtou/ avnakeime,nou evn th/| oivki,a|( kai. ivdou. polloi. telw/nai kai. a`martwloi. evlqo,ntej sunane,keinto tw/| VIhsou/ kai. toi/j maqhtai/j auvtou/Å

Mentre Gesù sedeva (lett. sdraiato a mensa) a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.

L’evangelista (n.d.r.: attenti qui a verificare il testo greco per controllare la traduzione!) non mette il soggetto, non specifica chi sedeva a tavola: si tratta di Gesù o dell’ultimo individuo che è stato nominato, cioè Matteo? L’ambiguità dell’evangelista è voluta.

Dal momento che Matteo ha deciso di seguire Gesù, è in piena unità con Lui, è già nella sfera della vita.

Gesù non invita il peccatore a far penitenza per il suo passato, ma a celebrare festosamente il presente.

Nei pranzi festivi, non in quelli quotidiani, si mangiava sdraiati su dei giacigli, dei letti, appoggiati sul gomito destro, e con la sinistra prendevano il cibo tutti dallo stesso vassoio posto al centro. Questo modo di mangiare era proprio dei signori, cioè di coloro che disponevano di servi per il servizio. La gente del popolo non aveva né lettucci, né servi a loro servizio.

Il termine “sdraiati a mensa” viene dall’evangelista usato per l’ultima cena (“venuta la sera era sdraiato a mensa - avne,keito = anékeito – con i Dodici” Mt. 26,20).

Gesù è il Signore, e tutti quelli che accolgono il suo invito diventano come Lui, signori.

Questo uso di mangiare insieme denota grande familiarità. Nella tradizione italiana quando qualcuno si prende troppa confidenza gli si dice: “hai mai mangiato nel mio piatto?”. Perché mangiare nel piatto di qualcuno indica piena familiarità, comunione di vita.

La religione proibisce di mangiare con una persona impura, perché dal momento che la persona impura intinge nel piatto, il piatto diventa impuro e tutti quelli che intingono nel piatto diventano a loro volta impuri.

Al pranzo, si uniscono due categorie di persone (evlqo,ntej = eltóntes = sopraggiunsero) e (sunane,keinto = siunanékeinto = si sdraiarono con…) i “pubblicani” (come Matteo) e i “peccatori”, definizione con la quale si indicava tutti coloro che non volevano o non potevano osservare le prescrizioni della Legge e vivevano al di fuori della stessa a causa del mestiere esercitato (come i “pastori”).

Nel linguaggio attuale sarebbero i non praticanti e gli indifferenti ai dettami religiosi.

Nel salmo 139, il pio salmista esclama: “Ah, se Dio sopprimesse tutti i peccatori!”.

Il Dio che si manifesta in Gesù non solo non toglie vita ai peccatori, ma comunica loro la sua stessa vita.

In questo episodio l’evangelista realizza quel che Gesù aveva affermato nel capitolo precedente quando aveva detto che al posto degli increduli Giudei sarebbero sopraggiunti “molti da Oriente ed Occidente per sdraiarsi a mensa (h[xousin kai. avnakliqh,sontai = eksusin e anaklithésontai) con Abramo e Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt. 8,11) e che verrà formulato più avanti con l’espressione divenuta proverbiale: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli” (Mt. 21,31-32), il che non indica precedenza ma esclusione.

Per l’evangelista non è necessario che l’impuro peccatore si purifichi per esser degno di accogliere il Signore, ma è l’accoglienza del Signore che lo renderà puro.

Mentre per la religione la persona impura fa diventare impuro tutto quanto lo circonda, Gesù che è puro, trasmette la sua purezza a tutti i convitati.


11

kai. ivdo,ntej oi` Farisai/oi e;legon toi/j maqhtai/j auvtou/\ dia. ti, meta. tw/n telwnw/n kai. a`martwlw/n evsqi,ei o` dida,skaloj u`mw/nÈ

Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?".

Nel vangelo, nei momenti più critici, spuntano fuori i farisei, che sembrano essere sempre in agguato.

L’evangelista li presenta con l’articolo determinativo (oi` Farisai/oi = oi farisaioi) che indica la totalità dei farisei; è impossibile che tutti i farisei di Israele siano entrati nella casa. Matteo vuole così sottolineare la differenza tra Gesù e la mentalità religiosa dominante che era quella farisaica, precedentemente criticata da Gesù (Mt. 5,20).

La domanda dei farisei non è rivolta a conoscere il motivo ma ad accusare Gesù di essere un maestro di impurità, come formuleranno in seguito: “scaccia i demoni per opera del principe dei demoni” (Mt. 9,34).

La reazione scandalizzata dei farisei è dovuta al fatto che pensano che il piatto dove i discepoli mangiano sia diventato impuro e fonte di morte a causa della presenza dei pubblicani e dei peccatori. Mentre né Gesù né i discepoli sembrano temere di diventare impuri, mangiando con i peccatori.

Matteo riflette qui la difficoltà della primitiva chiesa cristiana di superare i tabù religiosi giudaici e di aprirsi al mondo pagano portando spesso a comportamenti ipocriti come quello di Pietro (in via di conversione totale…) che “prendeva i pasti insieme ai pagani, ma quando vennero quelli (gli inviati di Giacomo) cominciò a sottrarsi e ad appartarsi per timore dei circoncisi” (Gal. 2,12).

Il comportamento dei farisei è caricaturale e tipico delle persone molto pie, molto religiose. Costoro sono i vigilanti dell’ortodossia che spiano ogni parvenza di libertà nelle persone che devono stare sottomesse all’ordinamento religioso.

Non vanno da Gesù, non osano affrontare direttamente il maestro, ma vanno dai discepoli ad insinuare il dubbio: “come fate a seguire un maestro che è impuro? Se un maestro è impuro, vi rende impuri!


12

o` de. avkou,saj ei=pen\ ouv crei,an e;cousin oi` ivscu,ontej ivatrou/ avllV oi` kakw/j e;contejÅ

Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

Gesù, manifestazione visibile dell’amore di Dio, non si concede come un premio per la buona condotta dei “sani”, ma si offre come forza vitale per i “malati”.

Gesù non è un premio per la buona condotta, ma la forza necessaria per averla.

Egli non nega il peccato che definisce come malattia che impedisce all’uomo di essere pienamente integro. Ma Gesù rifiuta l’idea che vede il peccatore come un contaminato che occorre evitare, ma un ammalato che occorre guarire.


13

poreuqe,ntej de. ma,qete ti, evstin\ e;leoj qe,lw kai. ouv qusi,an\ ouv ga.r h=lqon kale,sai dikai,ouj avlla. a`martwlou,jÅ

Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

La mensa dei peccatori non è il luogo per i giusti.

Il termine giusti (dikai,ouj = dikàius) che Gesù ha usato non è da intendersi nel senso di giustizia morale. I “giusti” sono coloro che si impegnavano a praticare tutti i precetti e le prescrizioni della Legge “erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutti i comandamenti e i precetti del Signore” (Lc. 1,6).

Quanti ritengono di essere salvi attraverso “la osservanza” non hanno nulla a che fare con Gesù venuto a cercare e a chiamare coloro che si sentono o vengono ritenuti esclusi, dalla salvezza.

Per questo Gesù invita i farisei ad uscire dalla casa dove si sta celebrando la festa dell’amore incondizionato: non sono i peccatori, indegni di partecipare alla mensa di Gesù, ma i farisei.

Ma Gesù offre anche a loro una possibilità di conversione, per questo l’invito a uscire dalla casa è accompagnato dal comando di imparare: i maestri spirituali di Israele che pretendono insegnare il giusto comportamento sono in realtà degli ignoranti, delle “guide cieche” (Mt. 23,15) pericolosissime da seguire.

Gesù li invita ad una conversione, ad imparare che ciò che Dio chiede non è un culto verso di Lui (sacrificio), ma l’amore verso gli altri (misericordia).

L’invito di Gesù si richiama ad una espressione del profeta Osea (Os. 2,10; 6,6) che l’evangelista ritiene talmente importante da essere l’unico testo profetico citato due volte (Mt. 12,7).

Osea è stato capace di perdonare la moglie adultera senza assicurarsi della sua previa conversione, comprende che la conversione è un effetto del perdono! Il perdono non sta alla fine di un processo di conversione ma all’inizio.

Purtroppo il consiglio di Gesù non verrà seguito dai farisei (il verbo andare ritornerà al cap. 22,15 quando i farisei “andranno” a consigliarsi come prendere Gesù al laccio, coglierlo in errore e avere motivo di denunziarlo).

Ma Gesù (più avanti Mt. 12,7) si rivolgerà a loro con parole di rammarico, ricordando l’invito fatto: “se aveste capito che cosa significa misericordia voglio e non sacrificio non avreste condannato degli innocenti”.

Gesù ci mette in guardia dal restare legati al concetto del “sacrificio” perché potremmo rischiare di “sacrificare” le persone.